La Stufetta di Clemente VII a Castel Sant’Angelo

27 Giu

Una curiosità che forse non tutti conoscono: papa Clemente VII nel 1525 fece decorare a Castel Sant’Angelo la Stufa, come allora veniva chiamato il bagno privato. Si tratta di una piccola stanza affrescata con ornamenti profani: delfini, conchiglie, ninfe, amorini, personaggi mitologici, ancora oggi visitabile. Nella stanza si trovava anche una vasca nella quale l’acqua veniva versata da una bronzea Venere nuda, poi andata perduta.

Il piccolo bagno privato incluso negli appartamenti papali e ad essi collegato per mezzo di una scala interna è in realtà costituito da tre vani: uno spogliatoio, posto al piano superiore; un vano locale per il riscaldamento dell’acqua, che veniva poi convogliata in tubi che correvano al di sotto del pavimento, e la sala da bagno vera e propria, dotata di vasca collocata al di sotto di una nicchia ad arco e decorata con affreschi e stucchi a motivi acquatici, realizzati probabilmente da Giovanni da Udine su disegno di Giulio Romano. Il bagno, designato in epoca rinascimentale anche con il termine di stufa o stufetta, era un tratto distintivo delle dimore dei principi rinascimentali, una sorta di status-symbol, evocativo delle terme dell’antica Roma e della cultura classica.

Era fornito di un sofisticato impianto di riscaldamento realizzato ad imitazione delle terme romane, collegato ad un forno che si affacciava sull’adiacente Cortile di Leone X. La sua costruzione risale al tempo di Giulio II della Rovere (1503-1513), ma fu Clemente VII Medici a commissionarne la decorazione a Giovanni da Udine, uno dei più abili specialisti di grottesche e stucchi “all’antica” tra gli allievi di Raffaello. Su una superficie interamente rivestita con una fitta decorazione a grottesche, ricca di sfingi, delfini e fantasiosi animali marini, trovano posto simboli araldici e scene mitologiche allusive all’elemento dell’acqua.
Al centro della volta sono visibili gli stemmi del papa e del castellano Guido de’ Medici; tutt’attorno corrono ovali con putti, ad imitazione di antichi cammei. Le pareti sono interrotte da nicchie rifinite ai bordi con file di conchiglie naturali; il tema acquatico ricorre anche nelle quattro scene mitologiche che le sormontano e che hanno per protagonisti Venere e Amore. Al di sotto sono raffigurati sette troni, con gli attributi delle maggiori divinità dell’Olimpo, lasciati vuoti dagli dei per partecipare idealmente al bagno del pontefice, che poteva disporre di acqua fredda e calda, come evidenziano i due bocchettoni della vasca, sormontati dalle raffigurazioni di un bacile d’acqua e di un braciere fumante.
Il complesso, terminato nel 1525, è un importante esempio del gusto per il recupero dell’Antico che costituì una componente fondamentale del Rinascimento e di cui fu portavoce quell’élite culturale che a Roma si identificava con la curia pontificia. Questo revival si diffonde sia in aspetti del costume (il richiamo alla tradizione delle terme) sia in campo artistico, con il coinvolgimento della scuola di Raffaello nella decorazione del Bagnetto di Castello e in esempi analoghi di poco precedenti che fecero certamente da modello, come nel caso della Stufa del Cardinale Bibbiena nei palazzi Vaticani.

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