Quando la Pietà di Michelangelo fu vandalizzata a martellate

7 Ago

Il 21 maggio 1972, giorno di Pentecoste, un geologo australiano di origini ungheresi di 34 anni László Tóth, eludendo la sorveglianza, riuscì a colpire con un martello la Pietà di Michelangelo per quindici volte in un tempo di pochi secondi, al grido di “I am Jesus Christ, risen from the dead! (“Io sono Gesù Cristo, risorto dalla morte!”), prima che fosse afferrato e reso inoffensivo.

Poco si conosce della vita di László Tóth prima del fatto che lo rese famoso. Nato in Ungheria, a Pilisvörösvár, si trasferì in Australia nel 1965, divenendo cittadino australiano, e visse nella città di Sydney. Benché fosse in possesso di un titolo di studio in geologia, questo non venne riconosciuto in Australia, e Tóth dovette lavorare in altri campi, venendo impiegato in fabbrica. In Australia risultava residente a Sydney in 13 Ashcroft Avenue, Casula. Il 22 luglio 1971 giunse in Italia, a Roma: trovò dapprima alloggio all’Ostello della gioventù nel Foro Italico e poi nel quartiere Gianicolense, presso il dormitorio delle suore spagnole. Durante l’estate 1971 si presentò a San Pietro, a Roma, chiedendo insistentemente di vedere l’allora Papa Paolo VI, affermando d’essere il Cristo in persona: in seguito a tale comportamento fu bloccato dalle autorità vaticane e rimpatriato in Australia, venendo schedato quale “persona indesiderabile”. Secondo l’articolo pubblicato da L’Unità, invece, Tóth rimase in Italia per 10 mesi prima di compiere il vandalismo.

Tóth entrò nella Basilica di San Pietro nella mattinata del 21 maggio 1972 e, verso le ore 11:30, scavalcò d’un tratto la balaustra che separava la folla di visitatori dalla scultura. Era vestito con una pesante giacca blu, tipo impermeabile, e una camicia rossa; alto e slanciato, portava i capelli lunghi e aveva una corta barbetta bionda. Toltosi la giacca per esser più libero nei movimenti, con una mazzuola pesante circa 5 chili colpì dapprima il capo della Madonna e poi, più volte, il volto e le braccia, lasciando però integra la figura del Cristo. Nel far questo, gridò, in lingua italiana: «Cristo è risorto! Io sono il Cristo!». Venne poi fermato da un vigile, Marco Ottaggio, con l’ausilio di altri sorveglianti, e portato via, sottratto all’iraconda folla che intendeva percuoterlo.

La Pietà subì dei danni molto seri, soprattutto sulla Vergine: i colpi di martello avevano staccato una cinquantina di frammenti, spaccando il braccio sinistro e frantumando il gomito, mentre sul volto il naso era stato quasi distrutto, come anche le palpebre. Il restauro venne avviato quasi subito, dopo una fase di studio, e fu effettuato riutilizzando per quanto possibile i frammenti originali, oltre che un impasto a base di colla e polvere di marmo. Fu effettuato nei vicini laboratori dei Musei Vaticani, sotto la responsabilità del direttore Deoclecio Redig de Campos e, grazie all’esistenza di numerosi calchi, fu possibile reintegrare l’opera fedelmente, senza rifacimenti arbitrari delle lacune.

Interrogato in seguito, benché durante il vandalismo avesse dato prova di parlare l’italiano, Tóth dette mostra di non capire le domande che gli venivano rivolte, affermando di saper parlare solo l’inglese. Secondo altre fonti, invece, ripeté frasi sconnesse per tutti gli interrogatori, permanendo nella sua convinzione d’essere il Cristo: giunse anche a dire «Che ci sta a fare questa statua qui? Cristo sono io e sono vivo, sono il Cristo reincarnato, distruggete tutti i suoi simulacri».
Nonostante l’atto, non fu incriminato, ma fu internato in manicomio per due anni. Successivamente venne rimpatriato in Australia.
Da allora la Pietà è protetta da una speciale parete di cristallo antiproiettile.

Fonte: Wikipedia

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