La Casina delle Civette a Villa Torlonia e il Museo delle Vetrate

8 Apr

Il Museo della Casina delle Civette è una ex residenza della famiglia Torlonia trasformata in museo; si trova all’interno del parco di Villa Torlonia a Roma. Il nome deriva dal tema ricorrente delle civette all’interno e all’esterno della casina; nell’Ottocento era conosciuta come Capanna Svizzera per l’aspetto rustico simile a quello di un rifugio alpino o di uno chalet svizzero.

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L’edificio è stato ideato nel 1840 da Giuseppe Jappelli su incarico di Alessandro Torlonia. Si presentava come una costruzione rustica con un rivestimento esterno bugnato in tufo e con l’interno dipinto a tempera ad imitazione di rocce e tavolati di legno. Nel 1908, fino ad allora chiamata Capanna Svizzera, fu trasformata in “Villaggio medievale” su commissione di Giovanni Torlonia Junior, nipote di Alessandro, che affidò i lavori a Enrico Gennari: in questo periodo vennero aggiunti finestre, loggette, porticati, torrette con decorazioni a maioliche e vetrate colorate.
La prima citazione come “Casina delle Civette” risale al 1916 per via dell’inserimento di 2 vetrate con raffigurazioni di civette stilizzate inserite disegni di edera realizzate da Duilio Cambellotti e, poi, nell’inserimento ossessivo di decorazioni a forma di civetta qua e là nella casina.
Del 1917 sono gli inserimenti, tra cui le tegole in cotto smaltato dei tetti, nella zona meridionale della casina ad opera di Vincenzo Fasolo in stile liberty.

Nelle venti stanze del Museo, caratterizzate da dipinti parietali, stucchi, mosaici, boiseries, si inserisce il percorso espositivo che comprende: 54 vetrate di pertinenza della Casina ricollocate, dopo il restauro, nel sito originario; 18 vetrate acquisite ed esposte all’interno di supporti autoportanti; 105 bozzetti e cartoni preparatori per vetrate.

Le vetrate sono realizzate da:

  •     Duilio Cambellotti
  •     Umberto Bottazzi
  •     Paolo Paschetto
  •     Vittorio Grassi

Le stanze portano nomi suggestivi, memoria della fantasia e delle fissazioni del principe, che viveva qui da solo, senza moglie né figli, con la sola compagnia della servitù e di pochi amici. Nessuna abitazione possiede un campionario così vasto e completo di vetrate, che documenti la storia e la fortuna di questa tecnica nei primi decenni di questo secolo.
Dopo il restauro dell’edificio le vetrate originarie sono state ricollocate al loro posto, mentre quelle irrimediabilmente perdute sono state ricostruite, dove possibile, sulla base dei disegni originali, ad opera della ditta Vetrate d’Arte Giuliani (riconoscibili dalla scritta in calce); a questo nucleo originario si sono poi aggiunti altri materiali: è stato acquisito l’archivio di disegni preparatori e cartoni del laboratorio Picchiarini che, dopo la chiusura della celebre officina, era stato rilevato dalla ditta Giuliani, che ha continuato ad operare fino ai giorni nostri mantenendo viva la tradizione della bottega di Mastro Picchio, come era affettuosamente chiamato l’abile artigiano.

Nel percorso espositivo del Museo è stato possibile accostare i disegni e i cartoni preparatori alle vetrate effettivamente realizzate, come ad esempio nel caso di quelle denominate Il chiodo con tralci e uva (1914-15) e I migratori (1918), di Duilio Cambellotti, rendendo possibile l’immediato raffronto tra la resa pittorica dell’acquerello e del carboncino e il corrispondente gioco di colori, tradotto nelle sfumature e nelle trasparenze del vetro. E’ così interessante notare come, ad esempio, nelle vetrate delle Rose e farfalle di Paolo Paschetto si sia fatto ricorso a vetri bombati per conferire profondità alle ali delle farfalle, o come le delicate sfumature dei pampini d’uva nel Chiodo siano state sottolineate da ritocchi a fuoco. Tra le vetrate più belle ricordiamo quelle realizzate su disegno di Duilio Cambellotti nel 1914 e nel 1918, sul tema della civetta, intorno al quale si sviluppa l’intera decorazione della Casina; o il bellissimo tondo, con l’affascinante raffigurazione della Fata (1917), sempre su cartone di Cambellotti, in cui è rappresentata una figura femminile stilizzata, dal delicato incarnato color avorio, che si fonde con i toni degli azzurri e dei grigi dello sfondo, resi più brillanti dall’inserimento dei cabochons.

La varietà dei materiali che arredano le stanze della Casina offre al visitatore un percorso di grande interesse, alla continua scoperta di particolari inediti e suggestivi, in un dialogo continuo tra gli esuberanti elementi decorativi dell’edificio e le opere che vi sono esposte.

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