Ricostruito il montacarichi delle belve al Colosseo

8 Giu

Ricostruito il montacarichi delle belve al Colosseo. Torna nei sotterranei del Colosseo una delle macchine che rendevano l’anfiteatro degli imperatori il più complesso apparato scenografico dell’impero. Uno dei 28 montacarichi in uso da Domiziano a Macrino (fine I sec.d.C-inizi III d.C.): invisibili agli spettatori, improvvisamente proiettavano le belve sull’arena, per animare gli spettacoli di caccia o per eseguire le condanne a morte. Il montacarichi  è  stato  realizzato  seguendo  rigorosi  criteri  filologici  e  le  originarie  modalità costruttive.

L’operazione nasce dalla collaborazione tra la Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area archeologica di Roma e la Providence Pictures, che nel 2013 propone la ricostruzione di un montacarichi per la realizzazione del documentario Colosseum-Roman death trap, del regista Gary Glassman, assumendosi i costi dell’intera operazione. La Soprintendenza chiede che il dispositivo scenico sia fedele all’originale, che funzioni e duri oltre la realizzazione del film a beneficio di studiosi e visitatori. Sotto la direzione di Rossella Rea, archeologa e responsabile del monumento, il progetto viene realizzato dall’ingegnere Umberto Baruffaldi con la consulenza scientifica dell’ingegnere Heinz Beste, dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, e dell’architetto Barbara Nazzaro.

La progettazione e la costruzione del montacarichi sono durati 15 mesi: «Un intervento, unico al mondo -racconta Rossella Rea-, che si è svolto sotto la vigilanza della Soprintendenza: il manufatto è stato posizionato con estrema precisione nella collocazione originale, senza neanche sfiorare le strutture antiche».

La Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area archeologica di Roma in collaborazione con Electa presenta la ricostruzione del montacarichi: le dimensioni del macchinario corrispondono a quelle ricavate dalle tracce rimaste nelle murature in tufo nel sotterraneo del Colosseo. La gabbia misura 180 cm per 140, con un metro di altezza interna. L’ascensione, di circa 7 metri, è ottenuta con 15 giri di argano sospinto da 8 uomini che lavoravano su due piani alti 1.60 metri, 4 sotto e 4 sopra. Potevano essere sollevati fino a 300 chili di carico. Dopo la messa in onda del documentario, questa macchina scenica è resa visibile a tutti visitatori, entrando a far parte dei percorsi didattici e delle visite guidate al Colosseo.

Decine di belve sollevate simultaneamente sull’arena, sollevate da montacarichi invisibili al pubblico. È il clou dello spettacolo offerto per 4 secoli dall’anfiteatro degli imperatori. Oggi il Colosseo è in grado di presentare ai visitatori il primo montacarichi ricostruito con materiali e meccanismi uguali a quelli usati dai romani. Il progetto di archeologia sperimentale è il protagonista di un film documentario nato dalla collaborazione fra la Soprintendenza archeologica di Roma e la Providence Pictures di Rhode Island.

A partire dall’epoca di Domiziano (81-96 d.C.) e fino all’imperatore Macrino (217-218 d.C.), 28 montacarichi posti lungo il perimetro dell’arena (v. schema foto 24) assicuravano il sollevamento delle belve dai sotterranei del Colosseo, per uno spettacolo unico e sorprendente, come in nessun’altro anfiteatro dell’Impero romano; altri 20 piani inclinati, al centro del sotterraneo, potevano essere azionati dal basso per avvicendare grandi elementi scenografici e introdurre persone nello spettacolo sull’arena. In epoca severiana, dopo il rovinoso incendio del 217, i piani inclinati per le scenografie vennero riattivati, mentre i montacarichi per gli animali diventarono 60 e furono posti nei corridoi centrali.

Uno dei 28 montacarichi originari è stato ricostruito all’interno dei sotterranei del Colosseo, dopo un lavoro di progettazione ed esecuzione durato 15 mesi. L’operazione di archeologia sperimentale nasce, nel giugno del 2013, da una proposta del regista Gary Glassman. Documentare e inscenare le attività necessarie alla ricostruzione effimera di uno dei montacarichi del Colosseo. La proposta è interessante per la Soprintendenza: misurarsi con un manufatto che corrisponda ai segni sopravvissuti sulle murature del sotterraneo può contribuire a far luce su aspetti ancora non completamente indagati dagli studiosi e quasi del tutto sconosciuti per il pubblico. Rossella Rea, archeologa e direttore del monumento, rilancia con due proposte: che la ricostruzione sia fedele all’originale, nelle metodologie quanto nei materiali, per ottenere un macchinario non effimero, ma che sia in grado di funzionare e che duri nel tempo; affinché il montacarichi rimanga, dopo le riprese, a disposizione dei visitatori del Colosseo.

Il grado di maestria tecnica raggiunta dai romani anche nel settore della meccanica è emerso in ogni fase del percorso progettuale compiuto con Umberto Baruffaldi e Heinz Beste. Pur con le conoscenze oggi disponibili non è stato semplice riprodurre il meccanismo che abbassa una botola posta sull’arena sfruttando la forza esercitata dall’argano nel sollevare la gabbia. «Già nel I secolo, – spiega Heinz Beste, tra i più esperti conoscitori degli anfiteatri antichi – si è riusciti a progettare apparecchiature in grado di vincere la forza di gravità, come i 28 ascensori ante-litteram. Dispositivi a trazione umana, 8 uomini per azionarne uno. Per un totale di almeno 224 persone impegnate nel sotterraneo del Colosseo solo per la manovra dei montacarichi».

Dal giugno 2013 lo staff tecnico guidato da Umberto Baruffaldi lavora per tradurre gli studi in progetti
di falegnameria e metallurgia. Si individua la misura dell’argano, un palo a sezione rotonda alto 4,10 metri, con un diametro compatibile con i fori in bronzo originali, ancora presenti nel sotterraneo dell’Anfiteatro Flavio. L’argano deve girare sul proprio asse, sospinto da 8 uomini, per raccogliere le corde che tirano la gabbia verso l’alto.
Tutte le misure corrispondono a quelle ricavate studiando i binari in travertino e le scanalature nel tufo presenti nel sotterraneo del Colosseo. La gabbia misura 180 cm per 140, con un metro di altezza interna. Raggiunge il piano dell’arena, circa 7 metri di ascensione, con 15 giri di argano. Gli uomini che assicuravano la forza motrice lavoravano su due piani alti 1.60 metri, 4 sotto e 4 sopra: dovevano spingere  l’argano  inchinati  in  avanti,  appoggiando  il  busto  alle  maniglie  orizzontali  dell’argano. Potevano essere sollevati animali fino a 300 chili di peso: le ossa e i crani di un leopardo, di un orso, di struzzi e cinghiali, di cervi e lupi sono state ritrovate nelle fogne del Colosseo. Era l’Anfiteatro Flavio a mostrare per la prima volta agli antichi romani ogni genere di fauna esotica, proveniente dalle regioni più distanti dell’Impero.

Le dimensioni sono quelle suggerite dalle strutture originali del Colosseo: l’ascensore è largo 1,74 metri,
poco meno dello spazio che separa i setti murari presenti lateralmente nel sotterraneo. È alto 7,9 metri, tanto da poggiare sul pavimento ipogeo opportunamente protetto e allineare la botola alla quota dell’arena, la porzione ricostruita nel 1999. Al termine dell’assemblaggio eseguito sulla piazza del Colosseo venerdì 9 maggio 2014, i 3.300 chili del montacarichi scavalcano il prospetto più basso dell’Anfiteatro, dal lato del Celio.

Il montacarichi sarà subito inserito nel circuito di visita del Colosseo. Visibile da vicino e dal basso,
nell’ipogeo e dalla sommità dall’arena. In realtà, considerate le dimensioni, si vede da ogni punto sopraelevato dell’Anfiteatro. La macchina, adeguatamente descritta dalle guide, aiuterà i visitatori nella
comprensione del lavoro svolto sotto l’arena per 4 secoli e degli espedienti spettacolari in uso nel
Colosseo a partire dall’epoca degli imperatori Flavi.

Fonte: Beni Culturali

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