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Vicolo del Buco a Trastevere: una targa sulla casa di Lucio Dalla

28 Giu

Trastevere, una targa per Lucio Dalla: a 5 anni dalla scomparsa Roma ricorda il cantautore.
Nella casa di vicolo del Buco a Trastevere Lucio Dalla ci ha vissuto per 10 anni, dal 1980 al 1990. Lì come ricorda l’amico Antonello Venditti – che insieme a De Gregori, Ron, gli Stadio e tanti altri artisti frequentava l’appartamento – Dalla ha composto La notte dei miracoli. E proprio una frase del testo della canzone con la quale l’artista bolognese celebra la Capitale è scalfita nella targa di travertino romana apposta ieri sera al civico 7 di vicolo del Buco.

IN QUESTA CASA HA VISSUTO LUCIO DALLA (1943-2012) PROTAGONISTA DELLA MUSICA ITALIANA “ E’ LA NOTTE DEI MIRACOLI FAI ATTENZIONE, QUALCUNO NEI VICOLI DI ROMA HA SCRITTO UNA CANZONE” (DALLA, 1980)

Ad inaugurare la targa la Sindaca di Roma Virginia Raggi, il vicesindaco con delega alla Crescita culturale Luca Bergamo, il Sovrintendente Claudio Parisi Presicce e il musicista Antonello Venditti.
Alla cerimonia presenti due musiciste, Marla Green e Alexandra Maiolo, che hanno suonato canzoni dell’artista bolognese.

Fonte: Comune di Roma

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24 giugno: San Giovanni e la Notte delle Streghe

22 Giu

In passato una delle feste religiose e profane più sentite a Roma era quella di San Giovanni, patrono della città, festeggiato il 24 giugno. La festa cominciava la notte della vigilia, la cosiddetta “notte delle streghe”, durante la quale la tradizione voleva che le streghe andassero in giro a catturare le anime.
La gente partiva allora da tutti i rioni di Roma, al lume di torce e lanterne, e si concentrava a San Giovanni in Laterano per pregare il santo e per mangiare le lumache nelle osterie e nelle baracche.
Mangiare le lumache, le cui corna rappresentavano discordie e preoccupazioni, significava distruggere le avversità.
La partecipazione popolare era massiccia, si mangiava e si beveva in abbondanza e soprattutto si faceva rumore con trombe, trombette, campanacci, tamburelli e petardi di ogni tipo per impaurire le streghe, affinché non potessero cogliere le erbe utilizzate per i loro incantesimi.

La festa si concludeva all’alba quando il papa si recava a San Giovanni per celebrare la messa, dopo la quale dalla loggia della basilica gettava monete d’oro e d’argento, scatenando così la folla presente.

Fonte: TurismoRoma

La notte di San Giovanni destina il mosto, i matrimoni, il grano e il granturco è un proverbio popolare a sfondo religioso, diffuso in molte zone d’Italia e la cui spiegazione va ricercata nella straordinarietà della notte di San Giovanni e nelle innumerevoli credenze e superstizioni legate alla festa e che variano da regione a regione. Ma anche per i popoli dell’Europa settentrionale, gli inglesi ad esempio, la trazione è simile ed è proprio questa la notte nella quale è stata ambientata l’opera di Shakespeare Sogno di una notte di mezza estate.

« La note de San Zuene
destina mosto, sposalizi, gran e pane. »
(dialettale veneto)

Il proverbio dialettale veneto ci indica alcuni dei sortilegi compiuti durante la nottata magica: per la mietitura si avanza qualche dubbio a causa della rugiada che, secondo la tradizione, cadrebbe questa notte sul grano; anche il granoturco e l’uva si trovano in una fase delicata dei loro processi; per quanto riguarda il matrimonio, le ragazze cercano di interpretare i presagi per capire le loro sorti amorose.
Nel Molise vi è un’antica usanza che prevede di interpretare il piombo fuso versato nell’acqua dove assume varie forme, inoltre le ragazze per saper se si sposeranno entro l’anno scelgono due cardi e dopo una serie di riti li mettono sul davanzale della finestra. Il mattino seguente, a seconda della posizione assunta dal cardo, sarà possibile esprimere la tanto e sospirata previsione sul matrimonio.
Ma anche in Sardegna si usa porre sulla finestra il fiore del cardo per la manifestazione dei presagi; in questo caso si valuta se il fiore ha attirato formiche o moscerini, che sono associati ai contadini o ai pastori.

« Chi nasci la note de San Zuene
no vedi strighe e no sogna fantasme. »
(dialettale veneto)

“Chi nasce la notte di San Giovanni non vede streghe e non sogna fantasmi.”
Il proverbio evidenzia che i fortunati che nascono in questa notte sono investiti di poteri straordinari.

« San Giovanni col su’ fogo
el brusa le strighe, el moro, e ‘l lovo »
(dialettale istriano)

“San Giovanni con il suo fuoco, brucia le streghe, il moro ed il lupo.”
Il proverbio rileva l’usanza antica di accendere i fuochi, utili per allontanare la sfortuna e i contagi.

Fonte: Wikipedia

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Fiumicino: opere d’arte di Ostia Antica in aeroporto

6 Giu

Opere d’arte di Ostia Antica in aeroporto. L’Area Internazionale E ospita i gioielli del II secolo del vicino Parco Archeologico. Iniziativa per promuovere il territorio, con esperienza culturale di qualità per turisti.

L’area di imbarco internazionale E diventa un museo: da oggi, fino alla fine dell’anno, grazie alla partnership tra Aeroporti di Roma e il Parco Archeologico di Ostia Antica, i passeggeri dei voli internazionali extra Schengen potranno ammirare tre statue originali, risalenti al II secolo dopo Cristo e rinvenute durante gli scavi del 1939, che rappresentano Apollo, Afrodite e la divinità fluviale del Tevere.

Le sculture hanno un legame particolare con il territorio: originariamente destinate ad arredare giardini e ninfei su cui si aprivano gli spazi privati delle domus alla foce del fiume, provengono dalla zona che diventerà per secoli la base di arrivo e di partenza dei traffici dell’antica Roma, attraverso un sistema portuale capace di collegarsi con tutto il mondo allora conosciuto. E’ la stessa area che, oggi, ospita l’aeroporto internazionale Leonardo da Vinci, principale centro di snodo del traffico passeggeri in Italia e tra i maggiori hub europei.

E’ sulla base di questa significativa relazione storica, logistica e culturale con Ostia Antica che Aeroporti di Roma ha scelto di ospitare le tre statue all’interno dell’area di imbarco E, infrastruttura all’avanguardia in Europa di circa 90.000 metri quadrati, che può accogliere oltre 6 milioni di passeggeri in più all’anno. Una location dal concept architettonico ispirato al patrimonio della cultura classica romana e dove è possibile trovare il meglio del Made in Italy dal punto di vista dell’offerta enogastronomica e della moda.

La storia delle tre statue è stata raccontata dai giovani attori del Teatro di Roma, che si sono esibiti di fronte ai passeggeri in un happening artistico-musicale nel corso dell’inaugurazione dell’area espositiva.

I turisti di tutto il mondo, appena giunti a Roma o in partenza per altre destinazioni, potranno osservare le statue da un punto di vista ravvicinato e tramite supporti multimediali che descrivono la mostra e le bellezze del Parco Archeologico di Ostia Antica.

Sono diverse le iniziative attivate da Aeroporti di Roma per promuovere il territorio romano e offrire servizi di intrattenimento di alta qualità ai passeggeri. Sempre in collaborazione con il Parco di Ostia Antica, è in corso in questi giorni “Navigare il Territorio”, un progetto che consente a cittadini e passeggeri di visitare gratuitamente i Porti Imperiali di Claudio e Traiano, collegati direttamente con lo scalo da un servizio navetta gratuito.

Fonte: TurismoRoma

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Milo Manara sui biglietti BIT da collezione

29 Mag

Milo Manara in quattro biglietti BIT da collezione.

Li trovi all’ ARFestival il 26-27-28 maggio nello stand #Atac al MACRO Testaccio – La Pelanda e nelle 12 biglietterie ufficiali Atac.

L’artista ha scelto di inserire le sue bellezze all’interno di rivisitazioni delle opere “Il bacio” e “Danae”, del pittore austriaco Gustav Klimt e alla serie delle “Arti” del maestro dell’ “Art Nouveau” Alfons Mucha.

La serie di biglietti “Speciale Milo Manara” è un’iniziativa firmata BIT Regeneration, realizzata con un accordo di co-marketing e senza costi per Atac.

Fonte: Comune di Roma

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Pinturicchio, sua moglie e l’amante

12 Mag

Curiosità artistiche: Pinturicchio, nonostante fosse un pittore celebre e ricco, sarebbe morto di fame a causa della moglie e del suo amante, che era anche il marito di sua figlia.

La morte di Bernardino di Betto, detto Pinturicchio, é avvolta in un oscuro e inquietante mistero. Quel gossipparo di Giorgio Vasari, mettendo in primo piano un lato del carattere poco commendevole del pittore – la taccagneria, se non l’avarizia vera e propria – sostiene che l’artista in lite con i frati di San Francesco, a Siena, avrebbe preteso che gli portassero via un vecchio cassettone, che al momento di essere spostato si scoprirà essere un forziere ricolmo di monete d’oro. Un tesoro insomma, al quale il Pinturicchio aveva dato, inconsapevolmente, un calcio… “E lui, illividito, ne morirà”, commenta, perfido, il Vasari.

In realtà il pittore era sempre stato malfermo di salute. Piccolo di statura, probabilmente anche un po’ sordo, malaticcio di costituzione. La sua morte, però, nel dicembre 1513, a soli 59 anni (grosso modo, perché una data certa di nascita non é documentata da alcuna parte), resta un giallo.
Che il Pinturicchio sia morto a Siena, nessun dubbio. Non solo perché ne ha scritto sulle sue “Historie” Sigismondo Tizio, parroco della chiesa di San Vincenzo a Porta Camollia (“Bernardinus Perusinus celeberrimus pictor, ut illius opera ostendunt, in Senensis urbis decessit”, riporta nelle sue cronache). Quel “celeberrimus”, “come le sue opere dimostrano”, é un bel riconoscimento per l’artista perugino che aveva lavorato non solo a Siena e nella sua città di origine, ma anche a Roma, caput mundi, per le più grandi e aristocratiche famiglie dell’epoca (i Borgia, ma anche i Cybo, i Chigi, i Gonzaga, gli Este). Lo confermano – della morte in Siena – pure i testamenti del Pinturicchio , redatti in tempi ravvicinati, nelle ultime settimane di vita, tutti dettati davanti a notai senesi.

Dunque il pittore é morto a Siena, dove venne sepolto, anche se aveva lasciato scritto il desiderio e la volontà di essere tumulato nella chiesa di Sant’Agostino, in Porta Sant’Angelo, il suo rione, a Perugia.

Ma come morì?
Il pittore che era nato da una famiglia di umili origini – il nonno Biagio di Nucciolo proveniva dal contado del libero e potente comune perugino, per l’esattezza dall’attuale Ponte Felcino ed era un contadino inurbato, iscritto, nel 1440, alle Arti cittadine nel rione di Porta Sant’Angelo, come “magister legnaminis”, cioè falegname – grazie alla pittura era diventato se non ricco sfondato, almeno, molto agiato. Contava su proprietà, case e terreni, non solo a Perugia, ma anche nel Chiugi e a Siena. In quel 1513 viveva in un palazzotto con podere, in località Pernina, che era stato tre secoli prima, di proprietà di papa Alessandro III, al secolo Rolando Bandinelli, l’oppositore del Barbarossa che da quel pontefice venne addirittura scomunicato.

Le voci raccontano che le comari del paese sostenevano, neppure tanto riservatamente, di aver sentito più volte, e con le loro orecchie, il pittore lamentarsi non tanto di essere lasciato a stecchetto, ma addirittura di morire di fame. Insomma: in famiglia non gli davano da mangiare. Niente cibo per lui che, con le sostanze accumulate con la sua arte, avrebbe potuto permettersi pasti luculliani.

Per quale motivo la moglie – di nome Grania, figlia di Girolamo da Lancillotto di Monte Aquilone, tra Marsciano e Orvieto e di Giacoma, donna così tanto insopportabile che l’artista chiese, anzi pretese, di non vederla in giro per casa con tanto di lascito in cui regalava alla consorte, sposata senza dote, 250 fiorini, a patto che tenesse lontana, da lui e dal suo palazzo, la suocera – avrebbe voluto volerne la morte?

Il motivo ci sarebbe, eccome, a dar retta alle chiacchiere. Lo stesso parroco – quello che lo definisce “celeberrimus” – riporta le dicerie secondo le quali la vispa Grania sarebbe stata l’amante di un soldato di ventura, Gerolamo di Polo di Simone, detto il Paffa (che poi ne sposerà la figlia, Clelia). Una illecita, morbosa, squallida tresca casalinga, dunque, svoltasi sotto gli occhi ignari del pittore, diventato ormai d’impaccio per i focosi amanti (diabolici si direbbe oggi: lui amoreggiava con la figlia e ne circuiva la madre, puntando magari e soprattutto, alle rendite della famiglia), che per godersi pienamente la vita e le ricchezze messe insieme dall’artista, lo avrebbero fatto morire, letteralmente, di inedia.

Una attrazione fatale con l’aitante soldato, finita presto per Grania (morta nel 1518), che si era legata al dito la rottura con l’amante, tanto da non lasciare alla figlia Clelia, divenuta nel frattempo legittima sposa del cinico Paffa, playboy ante litteram, alcuna eredità.

Eccolo, il mistero, il giallo del Pinturicchio, nipote di un contadino-falegname e figlio di un conciatore di lana di Porta Sant’Angelo, arrivato a frequentare le ville e i palazzi dei vip della sua epoca, a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento (all’arte dei pittori risulta iscritto fin dal 1481), già famoso in vita per le sue opere e finito – come in una tragica e irridente novella del Boccaccio – vittima delle passioni sfrenate e licenziose di una oscura Messalina di paese, sposata senza dote (ah, l’ingratitudine umana) e del navigato drudo di lei, un anonimo soldataccio di ventura, senza arte né parte. Ironia del destino.

Fonte: Umbrialeft

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Pinturicchio, sua moglie e l'amante

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La Nuvola di Fuksas al Centro Congressi dell’EUR

28 Apr

Curiosità romane: la Nuvola di Fuksas al Centro Congressi dell’EUR (Roma Convention Center, La Nuvola).

La struttura, dallo straordinario effetto visivo, galleggia in una teca di acciaio e vetro alta 40 metri, larga 70 e lunga 175. L’intero complesso è pensato per essere altamente flessibile, in grado di ospitare eventi con caratteristiche molto differenziate e con una capienza complessiva di quasi 8.000 posti. Il Nuovo Centro Congressi comprende, inoltre, al suo interno un albergo a 4 stelle costruito su misura per le esigenze dei congressisti.

Il Roma Convention Center, La Nuvola è un’opera dallo straordinario valore artistico, caratterizzata da soluzioni  innovative, un approccio eco-compatibile e materiali tecnologicamente avanzati. Il progetto si basa sull’interazione di tre elementi: la teca, la Nuvola e l’albergo.

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La Galleria Sciarra, un angolo liberty nel centro di Roma

27 Apr

Curiosità romane: la Galleria Sciarra, un angolo liberty nel centro di Roma.

La Galleria Sciarra è un edificio di Roma, sito nel rione Trevi. È noto come Galleria Sciarra, in quanto costituisce un passaggio pedonale coperto – cortile privato ma aperto al pubblico negli orari d’ufficio – gli ingressi sono a Via Marco Minghetti e Piazza dell’Oratorio.
L’edificio nacque tra il 1885 e il 1888 come cortile estremo del palazzo Sciarra Colonna di Carbognano, nella fase di ristrutturazione e modernizzazione dei rioni centrali di Roma legata alla costruzione della nuova capitale, per collegare vari spazi della proprietà e dell’attività del principe Maffeo Barberini-Colonna di Sciarra: la redazione della Tribuna (e dell’ultima Cronaca bizantina), fin allora ospitate nel retro di Palazzo Sciarra, e il Teatro Quirino.

Il progetto fu affidato all’architetto Giulio De Angelis, particolarmente attento all’uso della ghisa nelle nuove costruzioni. Il vano centrale è ricco di partiture architettoniche e fu dipinto da Giuseppe Cellini; la decorazione in stile liberty sviluppa il tema iconografico della “Glorificazione della donna”, illustrando modelli di virtù femminili (“La Pudica”, “La Sobria”, “La Forte”, “L’Umile”, “La Prudente”, “La Paziente”, “La Benigna”, “La Signora”, “La Fedele”, “L’Amabile”, “La Misericordiosa”) e rappresentando scene di vita quotidiana borghesi. La copertura a volta è realizzata in ferro e vetro.
Va notato che, nel restauro realizzato alla fine degli anni 1970, l’edificio fu completamente svuotato all’interno e ricostruito in cemento armato. Furono però salvaguardate le decorazioni pittoriche e le strutture in ferro.
Anticamente, nella zona occupata dalla galleria, si trovava la Porticus Vipsania, costruita da Vipsania Polla, sorella di Marco Vipsanio Agrippa (che possedeva una villa nei dintorni).

Fonte e foto: Wikipedia

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GRAArt: tutta la Street Art porta a Roma

31 Mar

GRAArt è un progetto di Arte Contemporanea Urbana che ripercorre la storia e il mito di Roma attraverso opere di Urban Art realizzate da artisti provenienti da varie parti del mondo sulle pareti del Grande Raccordo Anulare.

GRAArt sottolinea la ricchezza culturale ed artistica della Città Eterna e valorizza le storie di cui si è resa protagonista nei secoli, con l’intento di ricucire uno strappo culturale che c’è tra centro storico monumentale e periferie della Capitale. I murales di GRAArt infatti, dipinti in zone periferiche di Roma, sono indissolubilmente legati a miti, leggende ed aneddoti – spesso poco considerati se non addirittura dimenticati – che interessano memorie ed identità di quelle specifiche aree della città, di cui questi dipinti contemporanei si propongono di divenirne simbolo.

GRAArt invita perciò i visitatori ad intraprendere un percorso artistico culturale – e di interesse turistico – attorno al Grande Raccordo Anulare per scoprire i murales che compongono l’intero progetto e raccontano la Storia della Città Eterna. L’immagine di questa imponente infrastruttura urbana viene rivisitata e si trasforma essa stessa nel circuito di un originale tour a tappe, una via crucis in cui ogni singola stazione narra una vicenda della Roma antica come di quella moderna, come una caccia al tesoro in cui il tesoro stesso sono le opere di Urban Art da trovare.

ANAS, grazie al progetto GRAArt voluto dall’Ufficio Brand e Immagine, ideato da David Diavù Vecchiato e realizzato dallo staff di MURo, accoglie ora gli automobilisti  che escono dal suo Grande Raccordo Anulare – l’autostrada più trafficata d’Italia – con grandi opere d’arte che trasmettono un forte messaggio di “Benvenuti a Roma”.

Le opere sono di:
COLECTIVO LICUADO
CAMILLA FALSINI
MAUPAL
VEKS VAN HILLIK
LUCAMALEONTE
JULIETA XLF
CHEKOS
KOZ DOS
NICOLA ALESSANDRINI
DAVID DIAVÙ VECCHIATO

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GRAArt: tutta la Street Art porta a Roma. Lucamaleonte: Il Martirio di Rufina e Seconda

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Basquiat al cinema

31 Mar

Curiosità artistiche: Basquiat è un film del 1996 diretto da Julian Schnabel basato sulla vita dell’artista Jean-Michel Basquiat, morto per overdose di eroina nel 1988.

Il cast, eccezionale, comprende Dennis Hopper, David Bowie, Benicio del Toro, Gary Oldman, Christopher Walken, Willem Dafoe e Courtney Love tra gli altri. Vincent Gallo, un vero amico di Basquiat, fa una piccola apparizione in un cameo.

Il regista, Schnabel, si è spesso auto-ritratto nel personaggio di Albert Milo, interpretato dall’attore inglese Gary Oldman, caratterizzando ulteriormente la propria presenza facendo recitare sua madre, suo padre e sua sorella nella parte della famiglia di Milo (sebbene, nella realtà, tra Schnabel e Basquiat non ci fosse una grande amicizia come mostrato nel film, bensì una forte rivalità). Il regista stesso, inoltre, compare in una scena al ristorante Mr. Crows che vede protagonisti Basquiat e Andy Warhol.

Non riuscendo ad ottenere il permesso di utilizzare la vera collezione di Basquiat, lo stesso regista ha realizzato le copie fedeli delle opere dell’artista per le riprese del film.

Fonte: Wikipedia

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La breve e intensa vita di Jean-Michel Basquiat

11 Mar

Jean-Michel Basquiat (New York, 22 dicembre 1960 – New York, 12 agosto 1988) è stato un writer e pittore statunitense. È stato uno dei più importanti esponenti del graffitismo americano, riuscendo a portare, insieme a Keith Haring, questo movimento dalle strade metropolitane alle gallerie d’arte.

Nacque a Brooklyn, da padre haitiano, il contabile Gérard Basquiat (n. 1930), e da madre statunitense di origini portoricane, Matilde Andradas (1934-2008). Basquiat inizia a manifestare interesse per il disegno fin da quattro anni, ispirato dai cartoni animati televisivi.
Nel 1968 viene investito da un’autovettura e gravi lesioni interne obbligano i medici all’asportazione della milza. Durante il mese di degenza al King’s County, la madre gli regala il testo di anatomia Gray’s Anatomy di Henry Gray, che lo influenzerà molto: nelle sue opere riporterà poi molti elementi anatomici. Gray si chiamerà anche il gruppo musicale che Basquiat fonderà insieme agli amici Vincent Gallo, Michael Holman, Wayne Clifford, Nick Taylor e Shannon Dowson. Già all’età di 11 anni era capace di parlare, leggere e scrivere in francese e spagnolo.

Quando Jean-Michel ha sette anni i genitori Matilde e Gérard divorziano. Nel 1975 scappa di casa e va a dormire su una panchina pubblica: arrestato per vagabondaggio, l’anno seguente inizia a frequentare la City-as-School a Manhattan, per ragazzi dotati a cui non si addice il tradizionale metodo didattico. È lì che nel 1977, a 17 anni, stringe amicizia con Al Diaz, un giovane graffitista che operava sui muri della Jacob Riis, a Manhattan: i due iniziano a fare uso di psichedelici come l’LSD ma anche di droghe pesanti, ed uniscono le loro capacità iniziando a produrre graffiti per le strade di New York firmandosi come SAMO, acronimo di “Same Old Shit” (“solita vecchia merda”).

Nel 1978 lascia gli studi alla City-as-School, ritenendoli inutili, ed abbandona la casa del padre, guadagnandosi da vivere vendendo delle cartoline da lui decorate. Sarà proprio il tentativo di vendere una delle sue cartoline che cambierà il corso della sua vita: entrato in un ristorante di SoHo, Basquiat avvicina Henry Geldzahler ed Andy Warhol il quale comprerà alcune delle sue opere.

Passeranno però alcuni anni prima che Jean-Michel riesca ad entrare nella “Factory” del re della Pop art; nel frattempo diventa cliente fisso dei due club più esclusivi nella scena socio-culturale di New York: il Club 57 ed il Mudd Club, frequentati anche dallo stesso Warhol, da Madonna (con la quale avrà una relazione di alcuni mesi), e da Keith Haring, con il quale stringerà un’amicizia che durerà fino alla morte. Si legherà anche allo scrittore Glenn O’Brien, che aveva conosciuto nel 1979 durante una sua apparizione allo show ad accesso pubblico TV Party.

Nel 1980 Jean-Michel partecipa al Times Square Show, retrospettiva organizzata da un gruppo di artisti e sponsorizzata da Collaborative Projects Incorporated (Colab) e da Fashion Moda, alla quale farà il suo formale debutto newyorkese anche Haring. Questo evento riconosce la nascita di due nuove avanguardie della Grande Mela: la downtown (Neo-pop) e la uptown (rap e graffiti).
La prima mostra personale di Jean-Michel avviene nel maggio del 1981 a Modena, nella galleria d’arte Emilio Mazzoli. Si tratta della prima personale di Basquiat e della prima mostra europea, che viene però accolta negativamente e con sarcasmo dai critici e collezionisti locali.

Nel 1983 stringe una forte amicizia con Andy Warhol, il quale lo aiuta a sfondare nel mondo dell’arte come fenomeno mondiale emergente. I dipinti di Jean-Michel erano caratterizzati da immagini rozze, infantili, facendo riferimento alla Art Brut di Jean Dubuffet. L’elemento che però contraddistingue l’arte di Basquiat è essenzialmente l’utilizzo delle parole, inserite nei suoi dipinti come parte integrante, ma anche come sfondo, cancellate, a volte anche per attrarre l’attenzione dello spettatore.

Nel 1984, insieme ad Andy Warhol e a Francesco Clemente, inizia una serie di collaborazioni, di dipinti a “sei mani” commissionati da Bruno Bischofberger. A scopo artistico personale dipinge un altro ciclo di opere insieme al solo Warhol, eseguendo oltre cento quadri, nei quali è riconoscibile l’apporto di entrambi, e allestendo una mostra comune il cui manifesto presenta in maniera eloquente i due artisti come protagonisti di un incontro di boxe. La boxe era per Basquiat un modo di vivere, e paragonava spesso l’arte ad un ring su cui combattere.

A settembre alcune delle opere eseguite in collaborazione con gli altri due artisti vengono esposte a Zurigo. Proprio nel settembre il New York Times definisce Basquiat “la mascotte di Warhol”: questo fatto, unito all’eccesso nell’uso delle droghe e alla sua progressiva tossicodipendenza da eroina che Warhol non riesce ad arrestare, porta Basquiat a soffrire di frequenti disturbi psichici.

Nel 1987, con la morte di Warhol dovuta ad una mal riuscita operazione alla cistifellea, entra in una violenta fase di tossicodipendenza: il suo forte attaccamento al re della Pop Art, che aveva manifestato fino alla fine, lo conduce all’abuso di eroina per superare il trauma.

Poi inizia un tentativo di disintossicazione che non porterà mai a termine: muore il 12 agosto del 1988, a ventisette anni, per una grave overdose di eroina. Viene soprannominato “il James Dean dell’arte moderna”, essendo riuscito a scalare quel mondo con grande velocità, ma a scomparire in un tempo ancora minore: la stessa sorte toccherà anche all’amico Haring, morto di AIDS due anni dopo, e che il 17 agosto aveva presenziato al suo funerale, insieme a Francesco Clemente ed altri amici, al cimitero di Green-Wood a Brooklyn.

Fonte: Wikipedia

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