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Rock in Roma 2016 all’Ippodromo delle Capannelle

30 Nov

Anche nel 2016 torna Rock in Roma, all’Ippodromo delle Capannelle.
Ecco i concerti in programma:

Programma in continuo aggiornamento

MAGGIORI INFORMAZIONI

Vedi anche:

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Vaticano in treno: treno delle ville pontificie dal Vaticano a Castel Gandolfo

12 Set

Vaticano in treno: treno delle ville pontificie dal Vaticano a Castel Gandolfo, un accesso privilegiato ai Musei Vaticani, alla Cappella Sistina, ai Giardini Vaticani e alle meraviglie botaniche ed architettoniche della Residenza Pontificia denominata ormai ’secondo Vaticano’. Il ’primo’ e il ’secondo’ Vaticano nuovamente e idealmente riuniti…

Straordinaria attivazione della linea ferroviaria Vaticano-Castel Gandolfo-Albano Laziale per un singolare e suggestivo viaggio che, dall’antica Stazione del più piccolo Stato al mondo, condurrà, grazie alla coincidenza con un trenino turistico, alla scoperta di un inestimabile tesoro artistico, botanico e architettonico.

Con l’eccezionale apertura del Giardino Barberini e del Museo del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, la Residenza Pontificia si concede al grande pubblico.
I visitatori che prenotano ’Vaticano in Treno’ avranno un accesso privilegiato ai Musei Vaticani, alla Cappella Sistina, ai Giardini Vaticani e alle meraviglie botaniche ed architettoniche della Residenza Pontificia denominata ormai ’secondo Vaticano’.

Novità!
A partire dal mese di Settembre 2015 sarà ancora più facile raggiungere le Ville Pontificie con le nuove proposte che includono il trasferimento in treno di andata e ritorno.
I nuovi percorsi sono offerti anche con prezzi accessibili appositamente predisposti per le famiglie: le tariffe Family.

  • Vaticano Full Day
    La visita consente al visitatore di osservare i Musei Vaticani, la Cappella Sistina, i Giardini Vaticani e i Giardini delle Ville Pontificie.
  • Vaticano Full Day ’Family’
    Tariffa riservata alle famiglie per visitare i Musei Vaticani, la Cappella Sistina, i Giardini Vaticani e i Giardini delle Ville Pontificie.
  • Palazzo di Castel Gandolfo
    La visita offre la possibilità di visitare il Museo del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo partendo in treno dalla stazione FS di Roma San Pietro.
  • Palazzo di Castel Gandolfo ’Family’
    La visita offre alle famiglie la possibilità di visitare il Museo del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo partendo in treno dalla stazione FS di Roma San Pietro.

MAGGIORI INFORMAZIONI

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Sagra dell’Uva a Marino (Festa del Vino)

29 Lug

La Sagra dell’Uva (detta anche Festa del Vino), con fontane che gratuitamente danno vino invece dell’acqua, si svolge a Marino ogni anno in ottobre.

Lo vedi ecco Marino
la Sagra c’è dell’Uva
fontane che danno vino
quant’abbondanza c’è!
(Franco Silvestri, ‘Na gita a li Castelli (Nannì), 1926.)

La Sagra dell’uva di Marino (‘a Sagra per antonomasia in dialetto marinese) è una nota festa tradizionale, che ricorre ogni prima domenica di ottobre a Marino, cittadina in provincia di Roma.
La Sagra dell’uva fu istituita nel 1925 per iniziativa del poeta Leone Ciprelli e da allora è stata puntualmente organizzata ogni anno. Le sue radici tuttavia affondano in accadimenti storici precedenti: in coincidenza con la festa profana si tiene infatti la festa della Madonna del Rosario, celebrata per commemorare la vittoria della Santa Alleanza contro l’Impero ottomano nella battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571.

Il programma della Sagra dell’Uva di Marino è frutto di ottant’anni di esperienza, di esperimenti e di cambiamenti. Generalmente, ormai da diversi anni, si segue un programma prestabilito senza apportare significative variazioni. Il nucleo centrale della festa è la domenica pomeriggio, con la ricorrenza profana e il ‘miracolo’, tuttavia a seconda dei cambiamenti delle giunte comunali e delle disponibilità economiche, i festeggiamenti possono incominciare un mese prima come non incominciare affatto. Negli ultimi anni, l’animazione inizia il giovedì o il venerdì e si protrae non oltre il lunedì della ‘Sagretta’, usanza voluta dai marinesi come replica meno affollata della festa tanto amata. Oltre agli eventi della domenica, ci sono altri eventi fissi stabiliti il sabato della vigilia e il lunedì della’Sagretta’.

Sabato della vigilia
Nel pomeriggio del sabato della vigilia, generalmente verso le ore 18, per le vie del centro storico si assiste alla rievocazione storica dell’annuncio della vittoria cristiana nella battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571. Un araldo a cavallo, accompagnato da trombettieri, tamburini e sbandieratori, percorre Corso Vittoria Colonna e Corso Trieste leggendo il proclama che convoca il popolo davanti Palazzo Colonna. Quindi, figuranti in costume cinquecentesco che interpretano il governatore e i notabili del feudo si affacciano alla balconata del palazzo che affaccia su piazza della Repubblica e danno l’annuncio della vittoria cristiana e soprattutto della vittoria del feudatario Marcantonio II Colonna, rendendo noto che l’indomani questi rientrerà solennemente nel suo feudo.

Domenica della Sagra
« Ivi, d’attorno la fontana de’ mori, una battaglia pazza s’è scatenata, con empio rigurgito, verso le cannelle del vino gratis.Le ondate d’assalto si susseguono ininterrotte contro il muro de’ carabinieri trafelati, che munisce la cittadella dello spumante gratuito; sciami di boccali di carta, svolazzando a mezz’aria, pervadono la cupidigia dei raccoglitori; chi, felice, ne ha presi al volo venticinque, chi trenta. Saldamente piantati a gambe larghe ed alti sulla roccaforte propria della fontana, gli avanguardisti la cingono come d’una seconda e interior munizione. Fanno gli onori di casa, prendono vuoto e porgono il bicchiere cartaceo ai primipili delle falangi d’assalto, e dello spumante gratis ne sbròdolano un po’ micamale anche in testa ai carabinieri, data la difficoltà del manovrare nella tempesta. Cola il vino nuovo dalle cannelle di rame, vàlica dentro ai bicchieri il panno nero e rosso della forza pubblica, il crinale delle spalline, i galloni d’argento: e finisce tra tosse e starnuti metà in gola, metà nel naso, metà nei calzoni, metà nel gilè tra camicia e pelle alla gente, che beve e s’infradicia, ricacciata da gomitate sature di folklore, con risa e urla gioconde, a ora a ora delusa o felice, secondo che la prende l’onda, o la risacca la dilontana. »

La processione religiosa
La domenica mattina si tiene nella Basilica di San Barnaba una messa solenne presieduta dal vescovo di Albano e dall’abate parroco. Alla funzione religiosa assistono le autorità civili e militari, il sindaco e i rappresentanti dei comuni limitrofi o gemellati. Al termine della funzione, si inizia a snodare per le vie del centro storico la processione in onore della Madonna del Rosario. I membri delle confraternite portano in processione due grandi arazzi seicenteschi e altri oggetti di fabbricazione sei-settecentesca, mentre i membri della Confraternita del Santissimo Rosario portano a spalla, avvicendandosi, la pesante macchina processionale su cui è innalzata la statua lignea della Madonna del Rosario. Questa usanza, faticosissima specialmente nei tratti in forte dislivello o in salita, è stata ripresa da poco ed ufficializzata con la ricostituzione della Confraternita nel 2002, per volere dell’abate parroco Aldo Anfuso.La processione percorre tutte le strade e le piazze principali del centro storico, ovvero piazza San Barnaba, via Roma, via Cavour, piazza Giacomo Matteotti e Corso Trieste, seguendo un itinerario circolare che riporta il corteo davanti alla Basilica di San Barnaba per la supplica alla Madonna di Pompei.

La supplica alla Madonna di Pompei
Una volta che la processione religiosa è tornata in piazza San Barnaba, davanti alla Basilica di San Barnaba i portatori della Confraternita del Rosario posano la statua della Madonna del Rosario su un trabiccolo e l’abate parroco, alla presenza delle autorità con i gagliardetti delle rispettive istituzioni e di tutta la folla, recita il testo della supplica alla Madonna del Santissimo Rosario di Pompei. Al termine della recita, dei bambini in costume tradizionale portano simbolicamente alla statua un omaggio di vino ed uva a nome di tutta la comunità marinese. Quindi, i portatori riportano la statua all’interno della Basilica, dove rimarrà alcuni giorni esposta a fianco dell’altar maggiore. A questo punto, la ricorrenza religiosa può dirsi conclusa.

Il corteo storico
Nel primo pomeriggio della domenica la folla di visitatori e marinesi si accalca ai lati di Corso Vittoria Colonna e di Corso Trieste per poter assistere al corteo storico in costume cinquecentesco. Il corteo, svoltosi per la prima volta nell’edizione 1929 per iniziativa dello stesso Leone Ciprelli, fu efficacemente ripreso a partire dal 1970 grazie a una serie di associazioni di volontariato che si occupano di fabbricare i pregiati costumi e di custodirli. Nel corso degli anni, la ricchezza del guardaroba è cresciuta in maniera esponenziale, ma anche la partecipazione popolare. I vestiti più gettonati sono ovviamente quelli della nobiltà, mentre l’abito tradizionale da semplice popolano è ovviamente meno gettonato. Con gli anni, l’evento si è arricchito della partecipazione di gruppi di rievocazione storica di altre zone d’Italia, come gli sbandieratori di Cori e i frombolieri di Ischia.
Fra le apparizioni più importanti nel corteo, i suggestivi vestiti della nobiltà, specialmente quelli delle dame. Agli abiti dei prigionieri turchi da alcuni anni sono state tolte le catene e restituite le scimitarre, un segno politically correct di distensione. Nel corteo sono inclusi i gruppi autoctoni di sbandieratori Colonnae Signifer e Città di Marino. Generalmente, in linea con le disponibilità economiche delle amministrazioni comunali, la parte di Marcantonio Colonna e della consorte Felice Orsini viene interpretata da attori ed attrici di fama nazionale: tra gli altri, Andrea Giordana (1998), Giuliano Gemma (1999), Orso Maria Guerrini (2000) ed Enzo De Caro con Flavia Vento (2003), Ascanio Pacelli e la moglie Katia Pacelli (2007), Roberto Ciufoli (2008). La pesante corazza del Colonna è stata del resto dipinta dal maestro Umberto Mastroianni.

La sfilata dei carri allegorici
La sfilata dei carri allegorici è l’evento coreografico che fino all’invenzione del corteo storico raccoglieva tutti gli entusiasmi degli organizzatori e dei visitatori. A Marino il Carnevale è sempre stato organizzato in maniera accurata, soprattutto dal forte schieramento anticlericale che ogni mercoledì delle Ceneri organizzava il Carnevalone, evento che richiamava migliaia di persone dai Castelli Romani e da Roma. Il regime fascista, non appena salito al potere, ritenne opportuno sopprimere questo evento, di chiara matrice repubblicana e antifascista, ma lo stesso entusiasmo che si rivolgeva al Carnevalone venne rivolto dal 1925 alla sfilata dei carri allegorici, una sorta di carnevale autunnale.

Il ‘miracolo delle fontane che danno vino’
È l’evento fondamentale della Sagra dell’Uva. Che le fontane diano vino invece che acqua non è una cosa inventata a Marino nel 1925: a Roma già in due occasioni, nel 1644 per l’elezione di papa Innocenzo X e nel 1670 per l’elezione di papa Clemente X, le fontane alla base della scalinata del Campidoglio diedero vino alla folla meravigliata. In Francia, nella cittadina alsaziana di Wangen, ogni 3 luglio una fontana distribuisce vino.[57] Tuttavia, il ‘miracolo’ di Marino è il più famoso in Italia ed è, a quanto sembra, rimasto inimitato nel nostro paese. Proceduralmente il ‘miracolo’ è molto semplice: nelle condutture delle fontane cittadine vienne fatto scorrere vino mentre l’erogazione di acqua è sospesa. La fontana-simbolo del miracolo è quella dei Quattro Mori, edificata nel1636 su progetto di Pompeo Castiglia per volere del principe Filippo I Colonna che voleva commemorare la vittoria sui Turchi ottenuta dal suo avo Marcantonio II Colonna: infatti nella fontana compaiono otto turchi o mori, uomini e donne, denudati e incatenati ad una colonna di marmo, simbolo araldico della famiglia Colonna.

La ‘vendemmiata’
La ‘vendemmiata’ è una tradizione ormai caduta praticamente in disuso alla Sagra dell’Uva: fin dagli anni venti dai balconi di Corso Trieste venivano calati dei fili a cui erano legati grappoli d’uva, che la folla doveva raccogliere, ‘vendemmiare’, appunto. In seguito, vennero elaborate altre varianti della ‘vendemmiata’: la raccolta dei grappoli d’uva dai balconi o dalle finestre più basse; per finalità organizzative oggi si preferisce distribuire l’uva dai punti di distribuzione del vino.

Lunedì della Sagretta
Il giorno seguente alla domenica della Sagra vera e propria, è invalsa l’usanza, a partire dal secondo dopoguerra, di replicare il programma della festa profana per un pubblico in genere più ristretto. Non vengono svolte ovviamente la processione e la supplica alla Madonna di Pompei, ma solo il corteo storico, però senza la partecipazione dei personaggi famosi o dei gruppi forestieri, la sfilata dei carri allegorici e il ‘miracolo della fontane che danno vino’.Questa replica della Sagra in versione più dimessa e ‘familiare’ prende nome di ‘Sagretta’, o ‘Sagra dei marinesi’, ed è ormai un appuntamento fisso nel programma di ogni edizione.

Sagra dell’Uva a Marino (Festa del Vino)

Sagra dell’Uva a Marino (Festa del Vino)

La Venere dei Pescatori di Ostia

23 Giu

Curiosità romane: la Venere dei Pescatori di Ostia.

Una mattina di giugno, passeggiando sulla spiaggia di Ostia, ci siamo imbattuti in una vera e propria visione: una divinità antica, ma colorata di contemporaneo, ha fatto la sua comparsa su uno dei simboli del degrado delle spiagge del Litorale Romano: il pontile interrotto all’altezza dell’ex-colonia Vittorio Emanuele. La “Venere dei Pescatori”, così è stata ribattezzata, sembra lanciare, con le sue cime colorate, un ponte tra passato e presente, tra mare e terraferma, quasi a contagiare con la sua bellezza il nostro territorio. E proprio questo, a giudicare dalle cime colorate che sono apparse, altrettanto improvvisamente, in altri luoghi del Litorale, pare essere il messaggio lanciato da Aevo, il misterioso autore di questa installazione stupefacente.

Altre cime le abbiamo trovate negli scavi di Ostia Antica, quasi che questa antica divinità emersa dalle acque volesse ricongiungersi ai luoghi da cui proviene.

Foto di: M. Patrignanelli, La mia Ostia, Lungomare di Roma
Fonte: visitostiaantica.org

  • AGGIORNAMENTO DICEMBRE 2017: La Venere dei pescatori di Ostia non ha retto alla mareggiata, spazzata via dalle onde.
    Fonte: FanPage
  • AGGIORNAMENTO FEBBRAIO 2018: La Venere delle corde torna definitivamente al suo posto. Conclusa l’operazione di ristrutturazione e spostamento della Venere
    Fonte: LaMiaOstia

Vedi anche:

 

Teatro Romano di Ostia Antica: la stagione estiva 2015

12 Giu

Teatro Romano di Ostia Antica: la stagione estiva 2015.
Giorgio Albertazzi, Barbara De Rossi, e altri ancora per riportare IL TEATRO CLASSICO LATINO E GRECO nella sua cornice naturale.

Il  Progetto “ASPETTANDO LA LUNA”, partirà  il 9 luglio del 2015 con MEDEA di Anouilh, proseguimento della linea artistica tracciata da Pietro Longhi negli ultimi anni, cioè quella di riportare IL TEATRO CLASSICO LATINO E GRECO nella sua cornice naturale. La stagione proseguirà il 14 luglio con FEDRA di Seneca interpretata da Caterina Costantini, seguirà uno spettacolo KIRON CAFE’ tratto da Ovidio e quindi due allestimenti dei MENECMI di Plauto uno per la regia di Vincenzo Zingaro e un altro interpretato da Tato Russo (18 luglio e 1 agosto). Coreografie di Mvula Sungani e musica dal vivo nello spettacolo ODYSSEY il 22 luglio. GLI UCCELLI di Aristofane con ricco coro e danzatori per la regia di Claudio Boccaccini il 24 e il 25 luglio. La commedia menandrea LA DONNA DI SAMO con Pietro Longhi e Paolo Perinelli il 29 luglio e il 4 agosto ADELPHOE (I fratelli) di Terenzio con la regia di Silvio Giordani. Chiude la stagione il Maestro Giorgio Albertazzi con LE MEMORIE DI ADRIANO di Marguerite Yourcenar: testo ed interprete rappresentano un ottimo “continuum” tra passato presente e futuro.

STAGIONE 2015

  • 9 luglio 2015
    BARBARA DE ROSSI
    MEDEA di J. ANOUILH regia di Francesco Branchetti
  • 14 luglio 2015
    CATERINA COSTANTINI – LORENZA GUERRIERI
    FEDRA di SENECA regia di Silvio Giordani
  • 16 luglio 2015 KIRON CAFE’ da OVIDIO
    uno spettacolo di Aurelio Gatti
  • 18 luglio 2015
    I MENECMI di T.M. PLAUTO
    uno spettacolo di Vincenzo Zingaro
  • 22 luglio 2015
    EMANUELA BIANCHINI – MVULA SUNGANI PHYSICAL DANCE
    ODYSSEY
    musiche dal vivo di A. Mancuso
    regia e coreografie di Mvula Sungani
  • 24 e 25 luglio 2015
    FELICE DELLA CORTE – ROBERTO D’ALESSANDRO
    GLI UCCELLI  di ARISTOFANE
    regia di Claudio Boccaccini
  • 29 luglio 2015
    PIETRO LONGHI – PAOLO PERINELLI
    LA DONNA DI SAMO di MENANDRO
    regia di Silvio Giordani
  • 1 agosto 2015
    TATO RUSSO
    I MENECMI – La commedia degli errori
    da SHAKESPEARE e PLAUTO
    regia di Livia Galassi
  • 4 agosto 2015
    PIETRO LONGHI – FELICE DELLA CORTE
    ADELPHOE (I FRATELLI) di TERENZIO
    regia di Silvio Giordani
  • 6 e 7 agosto 2015
    GIORGIO ALBERTAZZI
    LE MEMORIE DI ADRIANO
    di Marguerite Yourcenar
    regia di Maurizio Scaparro

Vedi anche:

Villa d’Este di notte 2015

10 Giu

Villa d’Este di notte 2015: dal 3 luglio al 12 settembre aperture straordinarie serali con concerti ed eventi.

La stagione 2015 di Villa d’Este di notte, il tradizionale appuntamento della programmazione estiva di Villa d’Este, prevede una ricchissima programmazione di eventi collegati.
Le aperture inizieranno venerdì 3 luglio e proseguiranno tutti i venerdì e sabato sera (ore, 20,30 – 24,00) fino a sabato 12 settembre.

Al fascino della visita notturna che da sempre attira per la particolare atmosfera creata dall’illuminazione e dai suggestivi effetti della luce riflessa sull’acqua, si accompagna per l’edizione 2015 un ricco programma di iniziative collegate.

Tutti i venerdì sera nella prestigiosa cornice della loggia di Pirro Ligorio sul Vialone della villa, si terranno gli spettacoli del Festival Internazionale Jeux d’Art a Villa d’Este, che nel 2015 celebra il suo decennale.
Sul palco artisti di fama internazionale accompagneranno le serate tra generi musicali e sonorità provenienti da tutte le parti del mondo che spazierà tra repertorio classico – tra gli ospiti l’Orchestra sinfonica abbruzzese, l’Orchestra da camera fiorentina e l’ensemble veneto I musici di Vivaldi – jazz – con lo spettacolo Tammuriata nera, Napoli canzoni e Jazz e il New Scarlatti Jazz Project – e folk – con il grande fisarmonicista Vladimir Denissenkov – con ospiti come sempre artisti d’eccezione (programma in via di definizione).

Sulla Terrazza della Pallacorda, tutti i sabato sera tornerà l’iniziativa “A Tavola nel Rinascimento”, reduce dal grande successo della trascorsa edizione: degustazioni di piatti “storici”, accompagnate da spettacoli di intrattenimento, che consentiranno ai partecipanti un’immersione nella cultura del Rinascimento.

Costo del biglietto (in attesa di conferma): Euro 11,00; Riduzioni: Euro 7,00 (14-18 anni) – Gratuito( 0 – 13 anni)

Da anni visitabile ai più, tra giochi d’acqua capaci di stregare, e con l’estate iniziata, il sito Unesco a pochi chilometri da Roma, sorto su quella che anticamente veniva chiamata la “Valle Gaudente”, torna ad aprire le sue porte anche di sera. Dopo lo straordinario successo della passata edizione, infatti, si ripete l’appuntamento con “Villa d’Este di notte”, un’occasione unica per ammirare le bellezze della villa al tramonto o al chiaro di luna, quando l’atmosfera si fa ancora più magica per i suggestivi effetti di luce riflessa nelle cento vasche e nelle cinquanta fontane di uno dei giardini più belli del Rinascimento italiano.

Promosso dal Polo Museale del Lazio e da Villa d’Este e organizzato dal Direttore di Villa d’Este, Marina Cogotti, l’appuntamento con le aperture straordinarie, dalle 20,30 alle 24 (ultimo ingresso alle 23), è fissato per il prossimo 3 luglio. Poi si andrà avanti fino al 12 settembre, ogni venerdì e sabato sera. Ad aprire la stagione, il concerto “Lucenti Armonie”, dedicato ad Ennio Morricone ed organizzato dall’Accademia Ergo Cantemus coro ed orchestra di Tivoli: 61 elementi, 30 coristi e 2 soprani solisti, diretti dal Maestro Giuseppe Galli, riproporranno le celebri colonne sonore composte, per il cinema, dal grande maestro. Il giorno successivo, 4 luglio, la serata sarà animata dallo spettacolo di Philippe Daverio, protagonista di una conversazione sull’arte (terrazza della Pallacorda), nell’ambito della rassegna “Tivoli incontra”, che per questa edizione ha già portato a Villa d’Este personaggi del mondo della cultura come Corrado Augias, Dacia Maraini, Dario Argento e Paolo Villaggio.

Sabato 11 luglio sarà la volta del concerto in duo Pallante – Forastiere; il 18 e il 25 luglio andranno in scena invece due spettacoli presentati dall’attrice Licia Maglietta, dal titolo, rispettivamente, “Ballata” e “Il difficile mestiere di vedova”. Ancora, durante le aperture notturne, sarà possibile visitare la mostra “Zeffirelli. L’arte dello spettacolo”, in esposizione nelle sale dell’Appartamento del Cardinale.

Fonte: Il Messaggero, lunedì 22 Giugno 2015

Villa d'Este di notte 2015: dal 3 luglio al 12 settembre aperture straordinarie serali con concerti ed eventi

Villa d’Este di notte 2015: dal 3 luglio al 12 settembre aperture straordinarie serali con concerti ed eventi

Memorie Urbane: festival di street art in 8 città italiane

30 Apr

Il più grande festival di street art mai realizzato in Italia, 40 artisti, 8 città, 4 province e 2 regioni unite sotto un unico manifesto: Memorie Urbane.

Trasformare le zone più trascurate delle città in un museo a cielo aperto, accessibile a tutti.
Portare l’arte contemporanea nelle strade e metterla in contatto con il territorio, per stimolare un processo di interazione e contaminazione reciproca.
L’arte come strumento per riscoprire le nostre città e ridare nuovo risalto a spazi che sono solitamente abbandonati e privi di una qualificazione.
Questa l’intuizione alla base di Memorie Urbane, il festival di street art che coinvolge ben 9 città sparse in quattro Province Latina, Frosinone, Caserta, Roma dislocate in due regioni, Lazio e Campania. Gaeta, Terracina, Fondi, Arce, Latina, Priverno, Caserta e Valmontone saranno lo scenario di questo imponente “laboratorio artistico a cielo aperto” – degno delle principali capitali europee – che si svolgerà tra marzo e giugno in un’inedita esplosione di colori.

40 sono infatti gli ospiti provenienti da 13 paesi e 3 continenti: Italia, Lituania, Inghilterra, Polonia, Spagna, Norvegia, Portogallo, Grecia, Germania ma anche Brasile, Argentina, Russia, Cina e Stati Uniti, di cui la metà non ha mai dipinto in Italia.
Dalla Germania: 1010, ALIAS; Ecb Hendrik Beikirch conosciuto tra le altre cose per aver realizzato il muro più alto del mondo; Case della crew Maclaim.
Dalla Francia: Shaka, Kan, Levalet, Jana e J’s e Ella & Pitr, famosi – questi ultimi – per le loro opere monumentali dipinte sulle terrazze e su enormi piazzali. Così come da Oltralpe giunge a Memorie Urbane MTO, tra gli artisti più controrversi del momento.
Ancora, dall’Inghilterra atterra David Walker, storico street artist e che ha realizzato per Atac un biglietto in occasione dell’edizione “biglietti d’autore” 2014.
Per la prima volta in Italia anche Adomas Žudys / AWK (Lituania), Apolo Torres (Brasile), Bezt(Polonia), Pichiavo (Spain), Doa (Spain), Sema Lao (Francia), Ino (Grecia), Milu Corech (Argentina) e Stein (Norvegia).
E non si fermano qui i tanti i nomi europei e internazionali ospitati in questa edizione.
Dalla Spagna: Btoy, Pablo S Herrero e David De La Mano.
Dal Portogallo: Eime e Frederico Draw, Ernest Zacharevic dalla Lituania e Natalia Rak dalla Polonia.
Dall’Argentina: Pastel, Bosoletti, Elian. Ancora: Martha Cooper dagli Stati Uniti; Alexey Luka dalla Russia .
Non manca un pizzico d’Italia: da Vesod a Pixel Pancho, passando per 108, Eduardo Tresoldi, Fra Biancoshock e Millo.

Le mostre:
Martha Cooper, nella Pinacoteca di arte contemporanea Giovanni da Gaeta dal 29 marzo al 17 maggio. La fotografa americana, riferimento della scena artistica underground new yorkese, ha seguito il movimento dell’arte in strada sin dalle sue origini negli anni ’70.
Pichiavo, alla Galleria Basement Project Room di Fondi dal 7 Marzo al 4 maggio.
Levalet, in Aus+Galerie a Latina dal 30 Aprile al 27 Maggio e infine Eime dal 7 Maggio al 7 Giugno alla Galleria Square23 di Torino.

Importante novità di questa edizione l’uso della più moderna tecnologia che consente al Festival di realizzare quel concetto di museo a cielo aperto a cui da sempre si è ispirato. Oltre ad aver applicato su tutti i muri realizzati targhe con le informazioni degli artisti e degli enti promotori, quest’anno con l’APP URBACOLORS dei francesi urbamedia (scaricabile su App Store e Google Play), ci sarà la possibilità di geolocalizzare i muri.

Altro passaggio importante è la partnership con Techmoving e il suo sistema KoinArt: l’inserimento di un microchip all’interno della targa dell’opera renderà possibile – solo appoggiando lo smartphone alla parete – avere accesso a tutte le informazioni sull’opera e il territorio.

Giunto alla sua quarta edizione, con oltre 90 muri già realizzati, quest’anno Memorie Urbane non nasconde le proprie ambizioni e aumenta il numero di artisti, eventi e collaborazioni. Degna di nota la partnership con il festival della capitale lituana Vilnius street art.

Memorie Urbane nasce nel 2011 da un’idea di Davide Rossillo, presidente di  Turismo Creativo, da sempre sostenitore dell’arte contemporanea come elemento di dinamismo culturale e strategia di crescita socio-economica, culturale e turistica. Il Festival, noto ormai per aver portato l’arte urbana a Gaeta e Terracina, le prime città che hanno aderito all’iniziativa, si muove in continuità con il patrimonio storico, artistico e naturale del territorio e lo sottolinea anche nel nome che ci si è scelti: Memorie Urbane, che rievoca quanto la “memoria” sia considerata fondamentale come punto di partenza, pur in un processo innovativo proiettato verso il futuro.

Per info: info@memorieurbane.it | +39.0771.460978 | +39.349.0567388
Ufficio stampa Memorie Urbane
Antonella Bartoli | bartoli.anto@gmail.com | 339 7560222
Giulia Di Giovanni | giulidigi@gmail.com | 334 1949036

Vedi anche:

APPasseggio: un’app gratuita per passeggiate culturali

16 Apr

APPasseggio è un’iniziativa nata nel 2012 per promuovere attivamente la cultura della passeggiata, la conoscenza del territorio, l’interazione con le comunità locali e l’esercizio fisico per il benessere della mente, dello spirito e della salute.

Attraverso quest’applicazione per iPhone, iPad e Android, potrai percorrere a piedi, in bicicletta, in autobus, itinerari culturali (storici, archeologici, artistici, letterari, etnografici, naturalistici…) individuati e descritti da una redazione qualificata composta da esperti che da anni operano nel settore dei beni culturali.

Ogni itinerario è composto da:

  • informazioni pratiche e d’inquadramento generale (welcome, scheda riassuntiva e mappa georeferenziata)
  • una serie di punti d’interesse (POI), anch’essi georeferenziati, selezionati in quanto elementi caratterizzanti la passeggiata culturale
  • risorse digitali associate ai punti d’interesse da fruire prima, durante e dopo la passeggiata (audioguide, interviste, narrazioni di storie, letture, brani musicali, filmati, testi, immagini).

Dopo aver installato l’APP sul tuo dispositivo mobile, potrai aggiornarla periodicamente per verificare se sono disponibili nuovi itinerari di tuo interesse. Una volta selezionato l’itinerario, potrai scaricare le relative risorse digitali, che saranno disponibili anche in assenza di connessione a Internet.

SITO UFFICIALE

Vedi anche:

Il Giardino dei Tarocchi a Capalbio, creato da Niki de Saint Phalle

24 Feb

Idee per una gita fuori porta: il Giardino dei Tarocchi a Capalbio, creato da Niki de Saint Phalle.

Il Giardino dei Tarocchi è un parco artistico situato in località Garavicchio, nei pressi di Pescia Fiorentina, frazione comunale di Capalbio (GR) in Toscana, Italia, ideato dall’artista franco-statunitense Niki de Saint Phalle, popolato di statue ispirate alle figure degli arcani maggiori dei tarocchi.

 

Seguendo l’ispirazione avuta durante la visita al Parque Guell di Antoni Gaudí a Barcellona, poi rafforzata dalla visita al giardino di Bomarzo, Niki de Saint Phalle inizia la costruzione del Giardino dei Tarocchi nel 1979. Identificando nel Giardino il sogno magico e spirituale della sua vita, Niki de Saint Phalle si è dedicata alla costruzione delle ventidue imponenti figure in acciaio e cemento ricoperte di vetri, specchi e ceramiche colorate, per più di diciassette anni, affiancata, oltre che da diversi operai specializzati, da un’équipe di nomi famosi dell’arte contemporanea come Rico Weber, Sepp Imhof, Paul Wiedmer, Dok van Winsen, Pierre Marie ed Isabelle Le Jeune, Alan Davie, Marina Karella e soprattutto dal marito Jean Tinguely, scomparso nel 1991, che ha creato le strutture metalliche delle enormi sculture e ne ha integrate alcune con le sue mécaniques, assemblaggi semoventi di elementi meccanici in ferro.
All’opera hanno collaborato anche Ricardo Menon, amico ed assistente personale di Niki de Saint Phalle anch’egli scomparso pochi anni or sono, e Venera Finocchiaro, ceramista romana; le sculture più piccole del Giardino (la Temperanza, gli Innamorati, il Mondo, l’Eremita, l’Oracolo, la Morte e l’Appeso), realizzate a Parigi con l’aiuto di Marco Zitelli, sono state poi prodotte in poliestere da Robert, Gerard e Olivier Haligon.
L’architetto ticinese Mario Botta, in collaborazione con l’architetto grossetano Roberto Aureli, ha disegnato il padiglione di ingresso – uno spesso muro di recinzione con una sola grande apertura circolare al centro, pensato come una soglia che divida nettamente il Giardino dalla realtà quotidiana.
Terminata solo nell’estate del 1996, la realizzazione del Giardino ha comportato, oltre ad un enorme lavoro di impianto, una spesa di circa 10 miliardi di lire interamente autofinanziati dall’autrice.
Nel 1997 Niki de Saint Phalle ha costituito la Fondazione Il Giardino dei Tarocchi il cui scopo è quello di preservare e mantenere l’opera realizzata dalla scultrice. Il 15 maggio 1998 il Giardino dei Tarocchi è stato aperto al pubblico.

Le sculture ispirate agli arcani maggiori dei Tarocchi, dense quindi di significati simbolici ed esoterici, sono l’ultima tappa di un percorso artistico iniziato da Niki de Saint Phalle a metà degli anni Sessanta, dopo aver abbandonato il Nouveau Réalisme e gli assemblaggi polimaterici per la creazione delle cosiddette “Nanas”, enormi, sinuose figure femminili percorribili ed abitabili, la prima delle quali – la Hon – venne realizzata nel 1966 per il Museo di Stoccolma e la più famosa delle quali, la Tête, fu terminata nel 1973 nel bosco di Milly-la-Foret in Francia e dichiarata monumento nazionale dal presidente Mitterrand.
Nei colori intensi e vivacissimi, nella “spasmodica dilatazione delle forme e nella solarità ispirata ai maestri del cromatismo, da Matisse a Picasso, da Kandinskij a Klee”, le corpose, esplosive sculture del Giardino dei Tarocchi, rivestite di un “abito di luce che trasforma le varie figure personalizzate in una favolosa successione di parure neobarocche”, rapiscono “l’attenzione e i sensi dello spettatore”, che, lungi dal percorrere un parco di divertimenti, compie una sorta di percorso iniziatico che si richiama ad illustri precedenti – Bomarzo, il Palazzo Ideale di Ferdinand Cheval nella Drome, il Parco Guell, le Torri di Watts di Simon Rodia di Los Angeles – ma che è connotato soprattutto dalla presenza di un Femminile materno e potente, carico di complessità simbolica e di “non casuali connessioni (…) con i “calvari” psichici e fisici” dell’autrice.

Ubicazione
Il Giardino sorge sul versante meridionale della collina di Garavicchio, nella Maremma toscana. L’opera, dilatata su circa 2 ettari di terreno, costituisce una vera e propria “città” in cui le sculture-case segnano le tappe del percorso spiccando coloratissime già dalla strada nel selvaggio paesaggio naturale. Ai piedi della collina di Garavicchio, l’accesso al Giardino è letteralmente sbarrato dalla lunga muraglia del padiglione d’ingresso creato da Mario Botta, costituito da un doppio muro di recinzione in tufo con una sola grande apertura circolare al centro, chiusa da una cancellata. Lo stesso Botta ha dichiarato che nel disegno dell’ingresso ha cercato di interpretare il sentimento di “separazione” tra il Giardino ed il mondo esterno che Niki de Saint Phalle chiedeva: il muro è inteso quindi come una “soglia”, da varcare per entrare in una “pausa magica” nettamente divisa dalla realtà di tutti i giorni. Nel progetto, il muro ha preso sempre più spessore per essere attrezzato, all’interno, con i servizi richiesti da un’attività si transito; i due lunghi setti murari paralleli sono così separati da uno spazio, pavimentato in porfido, che accoglie, ai lati dell’apertura circolare, i gabbiotti in metallo e vetro per la biglietteria ed il piccolo negozio.

La piazza centrale
Varcata la soglia, la strada sterrata sale fino alla grande piazza centrale occupata da una vasca e sovrastata dalle figure unite della Papessa e del Mago, i primi arcani maggiori dei Tarocchi che segnano l’inizio del percorso. Circondata dal verde e dalle sinuose panchine di Pierre Marie Le Jeune, la piazza, sorta di grande anfiteatro sovrastato dalle altre, coloratissime sculture, comunica immediatamente quell’impressione di inquietudine ed incantesimo, di fascinazione, di gioco, di splendida visionarietà che anima l’intero Giardino. La vasca circolare in cui si raccolgono le acque sgorganti a cascata dalla scalinata che procede dalla enorme bocca aperta della Papessa, chiara reminiscenza dell’Orco di Bomarzo e ideale legame con i giochi d’acqua di Villa d’Este è segnata al centro dalla Ruota della Fortuna, la scultura meccanica semovente eseguita da Jean Tinguely. Le strade che si dipartono dalla piazza percorrono itinerari diversi che seguono le sinuosità del terreno, salendo o scendendo lungo il costone. Anche le strade giocano nell’opera un ruolo fondamentale: sul cemento che le ricopre, infatti, Niki de Saint Phalle ha inciso indelebilmente appunti di pensiero, memorie, numeri, citazioni, disegni, messaggi di speranza e di fede, snodando un percorso che ancora una volta non è solo fisico ma soprattutto spirituale. Sul costone destro, la piccola scalinata che sale dalla piazza passa sotto la figura del Sole, incarnato nel grande uccello del fuoco, bianco, rosso e giallo, appollaiato sopra un grande arco azzurro, nel quale è evidente il richiamo alla iconografia degli indiani d’America. Immediatamente dopo il Sole, ecco il Papa, opera preferita di Tinguely che ne saldò la struttura “in solitaria” e che adotta la tecnica filiforme detta skinny.
Interno della Torre con mosaico di specchi

 

L’Albero della Vita
Fa da contrappunto allo spazio cavo racchiuso dalle colonne del Papa il tutto-tondo dell’Appeso, detto anche L’albero della Vita, il cui solido corpo coronato da teste di serpenti è ricoperto, come un giornale murale, di iscrizioni, graficismi e disegni di Tinguely e di Niki de Saint Phalle, che narra in particolare la sua esperienza autobiografica nelle formelle del pannello “My Love”. Delineata con fili di colore al centro di un settore ovale ricoperto di specchi, l’Albero della Vita reca la figura dell’Impiccato, che dal suo punto di vista rovesciato suggerisce un altro modo di guardare la realtà delle cose. E mentre di fronte sale fino alla testa del Matto la serpeggiante scalinata blu intenso sotto la quale è nascosto l’accesso all’interno della testa-fontana della Papessa, dipinto di azzurro con stelle argentee, sulla destra si staglia, inquietante nel suo netto contrasto di bianco e nero, la figura della Giustizia, con la bilancia poggiata sui grandi seni e lo spazio interno, sbarrato da un cancello chiuso da un enorme lucchetto, occupato da un’altra delle sinistre mecaniqués di Jean Tinguely raffigurante L’Ingiustizia.
Procedendo lungo la stradina di cemento – mentre un cartello segnala una possibile deviazione in mezzo al boschetto, dove sono collocate le sculture degli Innamorati, coloratissime e gioiose figure in poliestere che sedute sul muretto consumano il loro pic-nic e, più indietro, solitaria in mezzo ad una piccola radura, il Profeta, grande fantasma cavo interamente ricoperto di specchi – ci si imbatte nel castello dell’Imperatore, concepito “come una cittadella imperiale munita di torri, di un camminamento di ronda, di un cortile adornato da una fontana e da 22 colonne (il numero degli Arcani Maggiori) che sostengono un loggiato”.

L’Imperatore
L’Imperatore “è la figura con maggiore completezza architettonica, che Niki de Saint Phalle ha studiato a lungo e modificato dove pare raccolta l’eredità di Gaudí”. Rappresenta la carta del Maschile, fisico e psichico (simboleggiato dalle strutture verticali e dal razzo rosso rivolto verso il cielo poste in fregio al camminamento superiore), dell’ambizione, del potere consolidato simboleggiato anche dal ricco repertorio materico – “una onirica rievocazione del ready-made degli anni Sessanta”- che comprende “vetri di Murano e murrine, specchi di Francia, cecoslovacchi e di Boemia, rilievi decorativi (…) e tasselli di un puzzle senza eguali”, richiamando “oggetti ed elementi dei più vari o ne sono dei calchi fino ai volti di tutti coloro che hanno collaborato alla creazione del Giardino dei Tarocchi, i cui nomi sono anche riprodotti in murrine tutto attorno ad una delle colone del loggiato”. Al centro del cortile racchiuso da questo ondeggiante, polimaterico loggiato, è ritagliata una vasca circolare nella quale quattro felici, coloratissime nanas fanno il bagno, schizzando dai seni getti d’acqua. Sul retro del Castello, staccata ma incombente, si eleva la Torre, simbolo delle costruzioni mentali non fondate su basi solide, interamente rivestita di specchi e decapitata dalla violenza del fulmine-macchina-ferraglia concepita da Jean Tinguely. Dalle finestre rettangolari ritagliate lungo le pareti della Torre si può avere una visione dell’interno dell’edificio, le cui strette stanze erano state adibite ad ufficio, oggi non accessibile.

L’Imperatrice-Sfinge
Precedentemente chiusa al pubblico è anche la scultura più rappresentativa ed importante del complesso, la Imperatrice-Sfinge nella quale Niki de Saint Phalle ha abitato per lunghi periodi durante i lavori. Posta a lato del Castello, l’Imperatrice si affaccia sulla piazza sottostante ed è posta in posizione dominante sull’intero Giardino. Enorme ed opulenta, il corpo esageratamente formoso rivestito di una fantasmagoria di ceramiche molate, l’Imperatrice incarna forse meglio di qualsiasi altra scultura la cifra stilistica della “curva” adottata da Niki de Saint-Phalle fin dagli anni Sessanta nelle sue “Nanas”. All’interno della “grande madre” – “spazio tutto a rotondità ondulate senza alcun angolo” secondo le parole dell’autrice, adibito ad abitazione con la stanza da letto in un seno, la cucina nell’altro e lo spazio centrale arredato come soggiorno studio – sono state collocate il 17 agosto 1996 – attualmente visibili – la figure del Giudizio, delle Stelle e del Carro, riflesse dalle migliaia di frammenti di specchi veneziani che rivestono le pareti. Sul dorso dell’Imperatrice, i filamenti della chioma rivestita di specchi blu elettrico che incornicia il volto nero della figura, delimitano una terrazza-belvedere tutta anfratti e concavità, accessibile da una scalinata modellata sul lato esterno, dai cui si gode l’ampio panorama della campagna circostante e la visione argentea della Luna, scultura “skinny” sostenuta dal granchio rosso posta al centro di una radura più in basso.

La Temperanza
Ancora proseguendo il cammino, sul limitare del pendio di sinistra sorge la cupoletta-cappella di specchi e cemento sovrastata dalla figura della Temperanza, dedicata alla memoria di Jean Tinguely e di Ricardo Menon; l’igloo è rivestito all’interno di specchi e formelle ceramiche in forma di fiori, ed è incentrato attorno ad un piccolo altare con il bassorilievo coloratissimo di una Madonna nera, che veglia sulle fotografie degli amici scomparsi. Entrare nella cappella significa penetrare in una dimensione in cui si perdono i parametri spaziali conosciuti: più che in altri luoghi del Giardino (e ancora più forte deve essere la sensazione all’interno dell’Imperatrice), l’effetto è di un avvolgente, spaesante caleidoscopio di colori e di forme curve continuamente riflesse e frantumate, uno spazio magico e sfuggente nel quale sembra tradursi il concetto stesso di infinito. Nei pressi della cappella, nelle piazzole in mezzo al verde, sono sistemate sculture-sedili a forma di animali, utilizzabili come momenti di sosta, di contemplazione e di meditazione, mentre altre sculture, di soggetto mitico (la Dea dei serpenti o l’Oracolo) o animale (il gatto Ricardo) sono sparse nel boschetto.

La Morte-Il Diavolo-Il Matto-Il Mondo
Ritornando indietro fino alla scultura del Sole, un altro piccolo sentiero sterrato conduce scendendo all’ultimo, selvaggio settore del Giardino, un solitario itinerario composto di tre piccole radure vicine in cui si ergono, isolate, le sculture della Morte, posta su un basamento di specchi e simboleggiata da una ghignante figura dorata in sella ad un cavallo blu che falcia uomini e animali ai suoi piedi; del Diavolo, in agguato sul fondo di una nicchia vegetale, con le ali di pipistrello spiegate, il corpo coloratissimo, il sesso incerto, le due figure umane – femminile e maschile – ai lati; del Matto, filiforme scultura “skinny” in cui il giovane vagabondo, nel quale l’artista si identifica, è il simbolo del caos, dello spirito e dell’entusiasmo ed infine del Mondo, eseguita insieme a Tinguely che ha creato la macchina ferrosa alla base che fa ruotare ad intervalli regolari, illuminando magicamente con minuscole particelle di luce il verde circostante, la sfera di specchi stretta tra le spire di un serpente e sovrastata da una figura di donna a braccia aperte.

La Forza
La scultura della Forza rappresenta l’undicesimo Arcano dei Tarocchi e mostra una donna che tiene sotto controllo un drago, legato a lei da un filo invisibile. Si tratta di una originale interpretazione di questo Arcano, che, dal mazzo dei Visconti del 1450, raffigura una donna che apre le fauci ad un leone. L’introduzione della figura del drago mostra anche i debiti iconografici che l’artista ha verso le sculture del Bosco Sacro di Bomanzo, dove è presente un drago che ricorda molto quello di Niki de Saint Phalle.

Fonte: Wikipedia

Castel Gandolfo: la casa del Papa diventa un museo aperto a tutti

22 Dic

Papa Bergoglio intende trasformare alcune stanze del Palazzo Apostolico, da lui poco usato per la villeggiatura, in un museo con una Galleria di Ritratti dei Pontefici.

Jorge Mario Bergoglio da arcivescovo di Buenos Aires non usava andare in villeggiatura. Eletto Papa, anche. Anzi, pochi mesi dopo l’elezione, ha fatto sapere in Vaticano che avrebbe gradito che le Ville Pontificie di Castel Gandolfo venissero adibite ad altri scopi. Quali? Anzitutto la condivisione. Rendere le Ville accessibili a tutti, fedeli e turisti insieme. E con le Ville, parte del Palazzo Apostolico, eccezion fatta naturalmente per l’appartamento pontificio nel quale, anche solo per brevi periodi, il Papa se vuole può sempre alloggiare.

Nel Palazzo, l’idea che inizierà a prendere corpo già dalla settimana prossima (ma l’allestimento finirà in primavera) è quella di creare una sorta di museo, ovvero una Galleria dei Ritratti dei Pontefici, che si sono avvicendati al Soglio di Pietro dal 1500 ad oggi, con tanto di stemmi e didascalie a spiegarne l’araldica. «Poiché in tutto il percorso dei Musei Vaticani solo raramente i visitatori si imbattono nei ritratti dei Pontefici — spiega Sandro Barbagallo, curatore delle Collezioni Storiche dei Musei — e in tali occasioni non c’è nessuna opportunità né di poterne leggere il nome, né di conoscere quale ruolo più o meno importante abbiano avuto nella Storia del Papato, abbiamo pensato di aiutarli a conoscere la loro “vera” storia.

L’apertura di questa Galleria sarà, infatti, un’occasione per far conoscere al grande pubblico la vita, le gesta e le virtù di Papi santi, magnanimi e benigni, generosi committenti e protettori di geni artistici, ma anche dalle rispettive insegne araldiche, spesso coincidenti al nobile casato di appartenenza».

Condividere ciò che si ha, financo il proprio patrimonio — quello archeologico delle ville, palazzo a parte, parla di un’area di circa 55 ettari di cui 30 tenuti a giardino e i restanti 25 destinati all’attività agricola — è nel dna di Francesco. E, infatti, spiega il direttore delle ville Osvaldo Gianola, «qui si tratta di una svolta che chiamerei proprio della condivisione. Aprire anche i giardini e il palazzo che fino a ieri erano appartenuti alla sfera privata dei Papi, è un grande gesto di condivisione.

E anche, se posso dirlo, di spending review. Nelle ville lavorano 55 persone con relative famiglie. Ci sono giardinieri, agronomi, operai, uscieri, esperti di arte topiaria, contadini, coltivatori. Far arrivare ogni giorno dei turisti significa valorizzare al massimo il loro lavoro e renderlo utile a tutti. E anche questa è stata una delle preoccupazioni che ha spinto Francesco ad aprire: far sì che il lavoro di questa gente acquisti un significato nuovo».

Non solo, dunque, dal Palazzo Apostolico vaticano: seppure l’appartamento resterà sempre a sua disposizione, è in qualche modo pure dal palazzo di Castel Gandolfo che il Papa si tiene alla larga. Anche se, a onore del vero, Francesco non è un’eccezione. Come spiega Barbagallo, coautore con monsignor Paolo Nicolini del volume “Il Palazzo Apostolico e le Ville Pontificie di Castel Gandolfo”, presto in uscita per le Edizioni Musei Vaticani, «molti Papi non hanno abitato “a Castello”, ognuno per ragioni diverse, ma tutte condivisibili».

Papa Braschi, ad esempio, «non amava la campagna». E così sui colli non mise mai piede. Altri Pontefici, alcuni eletti sul Colle Quirinale già anziani (l’ultimo conclave convocato sul Quirinale ebbe luogo nel 1846), furono impossibilitati a partire per la villeggiatura proprio a causa dell’età avanzata. I medici pontifici, in sostanza, non lo permisero loro: sarebbero potuti morire durante il viaggio. In qualche caso, invece, furono gli stessi medici a convincere i Pontefici della salubrità delle Ville Pontificie: «Il 23 novembre del 1700 — racconta ancora Barbagallo — venne eletto Clemente XI Albani, che nei primi nove anni di pontificato non riuscì mai a lasciare Roma, angustiato per la guerra che imperversava in Europa per la successione spagnola. Fu solo nel 1710 che il medico pontificio Giovanni Maria Lancisi riuscì a convincere il Papa a trasferirsi a Castel Gandolfo, dove fece poi ritorno con regolarità».

Dopo Leone XII, Pio X e Benedetto XV furono costretti a restare in Vaticano a causa delle contese con il Regno d’Italia. Quindi venne Papa Luciani che sui colli non andò mai a motivo di un pontificato troppo breve.

Non così altri Pontefici. Ratzinger ama le Ville. Qui ha trascorso lunghi periodi del suo pontificato, compreso il mese successivo alla rinuncia, dal 28 febbraio 2013. Amava il pomeriggio passeggiare col segretario Georg Gänswein fra lecci, cipressi e la piccola siepe di mortella — le tre specie che negli anni Trenta il direttore Emilio Bonomelli e l’architetto Giuseppe Momo impiantarono creando il curatissimo giardino all’italiana ancora oggi perfettamente conservato — fino al laghetto con i pesci rossi e le carpe nel «giardino della Madonnina» e qui dare un po’ di pane ai pesci.

Il pane, poi, non lo riportava a casa, ma lo nascondeva in una nicchia delle antiche mura della villa di Domiziano, in parte perfettamente intatte. Karol Wojtyla trascorreva anch’egli lunghi periodi a palazzo, facendo anche un po’ di sport nei giardini e ricevendo, privatamente e non, capi di stato e amici.

Articolo di Paolo Rodari, da La Repubblica, 19 dicembre 2014

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