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L’Oratorio del Gonfalone a Roma

7 Nov

L’Oratorio del Gonfalone a Roma: concerti tra gli affreschi dei Maestri del Manierismo Romano.

La chiesa di Santa Maria Annunziata del Gonfalone, meglio conosciuta come Oratorio del Gonfalone, è una chiesa rettoria di Roma, nel rione Ponte, situata in via del Gonfalone, nei pressi di via Giulia. Dal 1960 l’oratorio è sede del Coro polifonico romano, che vi tiene periodicamente dei concerti.

La chiesa venne costruita verso la metà del XVI secolo sulle rovine della chiesa di Santa Lucia vecchia, come oratorio dell’Arciconfraternità del Gonfalone, che aveva la sua sede nel palazzo adiacente e dedicata a Maria Santissima Annunziata e agli Apostoli Pietro e Paolo.
Il termine “gonfalone” significa “bandiera/stendardo”, e fa riferimento al fatto che nel XIV secolo, nelle sue processioni, la Confraternita usava alzare la bandiera del Papa (in quel momento ad Avignone) per ribadire la sua sovranità su Roma. L’oratorio fu poi ristrutturato nel Seicento da Domenico Castelli, a cui si deve anche la facciata.

L’oratorio è prezioso per i dipinti che l’adornano e che ritraggono Storie della Passione di Cristo, serie di dodici affreschi opera dei principali esponenti del Manierismo romano. Infatti sono di Livio Agresti gli affreschi che rappresentano l’Impero di Cristo in Gerusalemme, l’Ultima cena e il Viaggio al Calvario; di Cesare Nebbia l’Orazione nell’orto, la Coronazione di spine e l’Ecce Homo; di Raffaellino da Reggio la “Cattura di Gesù, di Federico Zuccari la Flagellazione; di Daniele da Volterra la Crocifissione e la Deposizione della Croce; di Marco da Siena la Risurrezione, di Matteo da Lecce il David. Nel soffitto ligneo vi è un’opera intagliata di Ambrogio Bonazzini raffigurante la Vergine e i santi Pietro e Paolo.

Nei sotterranei dell’oratorio sono visibili i resti della cappella di Santa Lucia, che l’Arciconfraternita utilizzava come cimitero.

Al Gonfalone si fa musica da più di quattro secoli, cioè da quando venne inaugurato, verso la fine del Cinquecento, dalla omonima Arciconfraternita perchè, tra l´altro, vi fosse cantata la Messa. Alla musica sacra si è aggiunta quella profana.
La programmazione musicale del Gonfalone si pone come obiettivo quello di costituire un punto di riferimento per l’esecuzione del repertorio barocco, che più di ogni altro trova il proprio contesto architettonico e pittorico dell’Oratorio. Parallelamente, ogni anno propone una scelta di programmi ispirati a temi specifici o a particolari anniversari musicali.

 

L’Aula Gotica del Monastero dei Ss. Quattro Coronati a Roma

4 Nov

Il ciclo di affreschi dell’Aula Gotica del Monastero dei Ss. Quattro Coronati, recentemente riscoperti, è una fondamentale testimonianza dell’arte gotica nella città di Roma (è stato fatto il nome di Jacopo Torriti). Negli affreschi compaiono figure umane che si stagliano su un prezioso sfondo blu realizzato in azzurrite e che rappresentano i dodici mesi; al di sopra dei mesi sono raffigurate le Arti, nei costoloni della volta le quattro stagioni e sulla vela i segni zodiacali, oggi in parte perduti.

Il complesso dei Ss. Quattro Coronati è uno dei monumenti più ricchi di storia, arte e spiritualità di Roma. Sorge sulle pendici del colle Celio e il suo aspetto imponente, simile a una fortezza, suscita ancora sul visitatore un forte impatto visivo, soprattutto se si arriva dalla valle del Colosseo.
Oltrepassata la torre d’ingresso si è subito immersi in una atmosfera medievale che ci riporta indietro nel tempo e lontano dal caos della città moderna.
In questo luogo, dove la storia si è stratificata nell’architettura e nelle decorazioni, è possibile ammirare: la chiesa, dedicata ai quattro martiri della leggenda cristiana, con la sua pavimentazione cosmatesca, l’incantevole chiostro duecentesco con la piccola Cappella di S. Barbara, la Stanza del Calendario e la Cappella di S. Silvestro con i suoi dipinti bizantini, la Sala delle Pentafore e i meravigliosi affreschi dell’Aula Gotica.

L’ Aula Gotica si trova al primo piano della Torre Maggiore ed era l’ambiente più prestigioso del palazzo cardinalizio eretto da Stefano Conti. Qui si svolgevano banchetti, ricevimenti e si amministrava la giustizia.
Splendido esempio di architettura in stile gotico, eccezionale per la città di Roma, l’Aula Gotica colpisce il visitatore per lo straordinario ciclo pittorico che adorna le sue pareti, capolavoro del XIII secolo. Gli affreschi, in vivace policromia, testimoniano un momento fecondo della pittura capitolina, in cui la tradizione bizantina si fonde con un raffinato recupero della classicità antica e con la nuova cultura gotica. Le meravigliose decorazioni, scoperte nel 1995, sono rimaste per secoli nascoste sotto strati di tinte successive e solo grazie a un lungo lavoro di restauro a opera delle Soprintendenze statali sono state riportate alla luce.

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Curiosità romane: le grottesche della Domus Aurea

3 Ott

Forse non tutti sanno che… la decorazione a grottesche prende il nome dalla Domus Aurea a Roma.

Le grottesche sono un soggetto pittorico di decorazione parietale molto popolare a partire dal Cinquecento ed a cui il Vasari dedica il capitolo XXVII della sua Introduzione alle tre arti del disegno.

La decorazione a grottesca è caratterizzata dalla raffigurazione di esseri ibridi e mostruosi, chimere, spesso ritratte quali figurine esili ed estrose, che si fondono in decorazioni geometriche e naturalistiche, strutturate in maniera simmetrica, su uno sfondo in genere bianco o comunque monocromo. Le figure sono molto colorate e danno origine a cornici, effetti geometrici, intrecci e quant’altro, ma sempre mantenendo una certa levità e ariosità, per via del fatto che in genere i soggetti sono lasciati minuti, quasi calligrafici, sullo sfondo. L’illustrazione prevalentemente fantasiosa e ludica, non sempre persegue una funzione puramente ornamentale, ma riveste talvolta anche uno scopo didascalico ed enciclopedico, riproducendo inventari delle arti e delle scienze o raffigurazioni a carattere eponimo.

Il nome, come spiega Benvenuto Cellini nella sua autobiografia, deriva dalle grotte del colle Esquilino a Roma che altro non erano che i resti sotterranei della Domus Aurea di Nerone, scoperti nel 1480 e divenuti immediatamente popolari tra i pittori dell’epoca che spesso vi si fecero calare per studiare le fantasiose pitture rinvenute.

Dopo la morte di Nerone, il terreno della Domus Aurea venne «restituito al popolo romano» dagli imperatori successivi. In circa un decennio la dimora neroniana venne spogliata dei suoi rivestimenti preziosi: i cantieri per le terme di Tito erano già avviati nel 79 d.C. Vespasiano utilizzò lo spazio in cui era stato scavato il lago artificiale per costruire l’Anfiteatro Flavio, col Colossus Neronis nei suoi pressi. Anche le terme di Traiano ed il Tempio di Venere e Roma risiedono nel terreno occupato dalla Domus. In quarant’anni, la Domus Aurea fu completamente sepolta sotto nuove costruzioni, ma paradossalmente questo fece in modo che i “grotteschi” dipinti potessero sopravvivere; la sabbia funzionò come le ceneri vulcaniche di Pompei, proteggendoli dal loro eterno nemico, l’umidità.

Quando un giovane romano cadde accidentalmente in una fessura sul versante del colle Oppio alla fine del XV secolo, si ritrovò in una strana grotta, piena di figure dipinte. Ben presto i giovani artisti romani presero a farsi calare su assi appese a corde per poter vedere loro stessi. Gli affreschi scoperti allora sono ormai sbiaditi in pallide macchie grigie sul gesso, ma l’effetto di queste decorazioni grottesche, per l’appunto, furono elettrizzanti per l’intero Rinascimento. Quando il Pinturicchio, Raffaello e Michelangelo s’infilarono sotto terra e furono fatti scendere lungo dei pali per poter studiare queste immagini, ebbero una rivelazione di quel che era il vero mondo antico. Essi, ed altri artisti che, come Marco Palmezzano, lavoravano a Roma in quegli anni, si diedero a diffondere anche nel resto d’Italia tali “grottesche”.

Il primo che riuscì a rifare lo stile delle pitture delle grotte o “grottesche” fu il Morto da Feltre, Pietro (o Lorenzo secondo altri) Luzzo, che fu il loro scopritore. Tanto sappiamo da Giorgio Vasari che nelle sue Vite scrisse di lui nella Vita del Morto da Feltre e di Andrea di Cosimo Feltrini. Di Morto sono stati scoperti casualmente affreschi nello stile della grottesca a Palazzo de’ Mezzan in Feltre. Essi rappresentano una nuda (Venere-Fortuna-Primavera) e, nel talamo, tre “quadri di grottesche” con scene centrali che mostrano un protovangelo, una visitazione e una adorazione dei Magi.

Accanto alle firme di illustri e successivi turisti incise sugli affreschi, quali quelle di Giacomo Casanova e del Marchese de Sade, distanti di pochi centimetri l’una dall’altra, si possono leggere anche le firme di Domenico Ghirlandaio, Martin van Heemskerck, e Filippino Lippi.

L’effetto sugli artisti rinascimentali fu istantaneo e profondo: lo si può notare in maniera ovvia nella decorazione di Raffaello per le logge nel Vaticano.
La scoperta, però, provocò anche l’ingresso dell’umidità nelle sale, e questo avviò il processo di lento, inevitabile decadimento.

Fonte: Wikipedia

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