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Caravaggio nel fumetto di Milo Manara

21 Nov

Curiosità artistiche: Milo Manara ha realizzato un fumetto intitolato Caravaggio, la Tavolozza e la Spada, sulla vita di Michelangelo Merisi da Caravaggio.

CARAVAGGIO LA TAVOLOZZA E LA SPADA: questo il titolo dell’opera a fumetti che, dopo anni di lavoro, il maestro Milo Manara dedica a Michelangelo Merisi. Vi sono narrate la vita del geniale pittore italiano, dal suo arrivo a Roma alla fine del ‘500 fino alla rocambolesca fuga dalla capitale: le straordinarie tavole di Manara ne raccontano l’arte e le opere, ma anche le donne, la passione e gli eccessi. Una grandiosa biografia del Caravaggio, rivolta sia agli appassionati del fumetto d’autore che ai cultori della storia dell’arte. L’opera inedita, pubblicata da Panini Comics nella collana “Panini 9L”, è articolata in due volumi.

“La storia del Caravaggio è raccontata da Milo Manara con grande rispetto della testimonianza delle fonti e della verità sostanziale di quella vicenda”, spiega nell’introduzione lo storico dell’arte Claudio Strinati. “Non è, infatti, una storia romanzata. Eppure Manara vi ha impresso il segno della sua creatività in modo netto e personalissimo. Il suo Caravaggio, pur riflettendo perfettamente quello storico, è, per l’appunto, suo, uno dei più bei personaggi creati dalla sua fantasia”.

“Siamo orgogliosi di essere l’editore di questa opera straordinaria, ma soprattutto di aver avuto l’onore di assistere alla sua genesi e di seguirne la creazione”, ha commentato Sara Mattioli, publishing manager di Panini Comics Italia. “Ogni volta che Milo spediva una nuova tavola, si ricreava in ufficio una scena caravaggesca di redattori in adorazione, un capannello di teste attorno allo schermo e un coro di voci in ammirazione. Siamo sicuri che anche il pubblico, pagina dopo pagina, proverà la nostra stessa meraviglia”.

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Le mostre a Roma nella primavera 2016

21 Set

Le mostre in programma a Roma per la primavera 2016:

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Iscrizione di San Clemente e Sisinnio nei sotterranei di San Clemente a Roma

5 Giu

Una curiosità che forse non tutti conoscono: un fumetto con parolacce dell’XI secolo nella basilica di San Clemente al Laterano.

Negli affreschi della basilica di San Clemente sono raffigurati alcuni miracoli attribuiti a san Clemente. In uno degli affreschi è raccontata la leggenda miracolosa del prefetto Sisinnio, il quale, arrabbiato a causa della conversione della propria moglie Teodora, la seguì con alcuni soldati; quando la trovò in una sala mentre assisteva ad una messa celebrata da Clemente, ordinò il suo arresto, ma Dio non lo permise accecando Sisinnio e i soldati, che, credendo di portare via Teodora e Clemente, in realtà trascinarono colonne. Il prefetto restò cieco fino al suo ritorno a casa.
Nella parte inferiore dell’affresco, ci sono le più antiche frasi murali espresse in una lingua intermedia fra il latino e il volgare. L’iscrizione (databile tra il 1084 e l’inizio del 1100), primo esempio in cui il volgare italiano appare usato con intento artistico, è posta nell’aula della basilica.
Rappresenta il patrizio Sisinnio nell’atto di ordinare ai suoi servi (Gosmario, Albertello e Carboncello) di legare e trascinare san Clemente. I servi, accecati come il loro padrone, trasportano invece una colonna di marmo. Si tratta di un frammento della Passio Sancti Clementis.
Si leggono, a mo’ di fumetto, queste espressioni (la cui attribuzione ai singoli personaggi è fortemente discussa). Questa è la proposta più condivisa: Sisinium: «Fili de le pute, traite, Gosmari, Albertel, traite. Falite dereto co lo palo, Carvoncelle!» San Clemente: «Duritiam cordis vestri, saxa traere meruistis». Traduzione: Sisinnio: «Figli di puttana, tirate! Gosmario, Albertello, tirate! Carvoncello, spingi da dietro con il palo» Clemente: «A causa della durezza del vostro cuore, avete meritato di trascinare sassi».
La prima parte è tutta in volgare, con chiare influenze romanesche. Da notare che “de le” e “co lo” sono già preposizioni articolate. La seconda parte è scritta in latino, ma vi sono varie stranezze; “duritiam”, ad esempio, è un accusativo, ma dovrebbe essere un ablativo: è un chiaro segnale che ormai non si usino più i casi latini, ma ci si affidi ad un caso unico. Inoltre, in luogo del latino “trahere” si riporta la caduta dell’h, “traere”.

Fonte: Wikipedia

 

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