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La Galleria Sciarra, un angolo liberty nel centro di Roma

27 Apr

Curiosità romane: la Galleria Sciarra, un angolo liberty nel centro di Roma.

La Galleria Sciarra è un edificio di Roma, sito nel rione Trevi. È noto come Galleria Sciarra, in quanto costituisce un passaggio pedonale coperto – cortile privato ma aperto al pubblico negli orari d’ufficio – gli ingressi sono a Via Marco Minghetti e Piazza dell’Oratorio.
L’edificio nacque tra il 1885 e il 1888 come cortile estremo del palazzo Sciarra Colonna di Carbognano, nella fase di ristrutturazione e modernizzazione dei rioni centrali di Roma legata alla costruzione della nuova capitale, per collegare vari spazi della proprietà e dell’attività del principe Maffeo Barberini-Colonna di Sciarra: la redazione della Tribuna (e dell’ultima Cronaca bizantina), fin allora ospitate nel retro di Palazzo Sciarra, e il Teatro Quirino.

Il progetto fu affidato all’architetto Giulio De Angelis, particolarmente attento all’uso della ghisa nelle nuove costruzioni. Il vano centrale è ricco di partiture architettoniche e fu dipinto da Giuseppe Cellini; la decorazione in stile liberty sviluppa il tema iconografico della “Glorificazione della donna”, illustrando modelli di virtù femminili (“La Pudica”, “La Sobria”, “La Forte”, “L’Umile”, “La Prudente”, “La Paziente”, “La Benigna”, “La Signora”, “La Fedele”, “L’Amabile”, “La Misericordiosa”) e rappresentando scene di vita quotidiana borghesi. La copertura a volta è realizzata in ferro e vetro.
Va notato che, nel restauro realizzato alla fine degli anni 1970, l’edificio fu completamente svuotato all’interno e ricostruito in cemento armato. Furono però salvaguardate le decorazioni pittoriche e le strutture in ferro.
Anticamente, nella zona occupata dalla galleria, si trovava la Porticus Vipsania, costruita da Vipsania Polla, sorella di Marco Vipsanio Agrippa (che possedeva una villa nei dintorni).

Fonte e foto: Wikipedia

La Galleria Sciarra di Roma non è ancora considerabile propriamente liberty. Infatti, progettata e costruita tra il 1885 e il 1888 dall’architetto Giulio De Angelis, nonostante recepisca l’utilizzo dei moderni materiali costruttivi industriali, quali sopratutto le colonnine in ghisa e la copertura in ferro, ispirate ai Passages Parigini, presenta nel suo complesso una pesantezza costruttiva non propria del fenomeno liberty. Le pareti murarie sono infatti ancora troppo compatte, poco snelle e leggere, e troppo ridondanti di decorazioni architettoniche antichizzanti , come le grandi lesene. Anche la decorazione pittorica, realizzata da Giuseppe Cellini (pittore del circolo D’Annunziano) e sì, ispirata al tema della donna, ma proponendolo in maniera ancora molto conservatrice e cattolica, descrivendoci non le sue virtù da brava Moglie, Madre e Donna della società: una visione della donna quindi ancora molto lontana a quella veramente “liberty” (nella sua accezione di liberty) inglese, come donna alla moda e libera dalle convenzioni. Nonostante infatti l’iscrizione che campeggia tra i dipinti murari, “To the English Style”, il riferimento allo stile modernista inglese è del tutto lontano se non assente, soprattutto per questa visione ancora conservatrice e vittoriana della donna, forse presente solamente nel recupero, estremamente ridotto, delle colonnine in ghisa.

Eleonora Gregorio

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Roma nelle illustrazioni Art Nouveau di Mucha

21 Nov

Curiosità artistiche: Roma nelle illustrazioni Art Nouveau di Alfons Mucha.
In una rara illustrazione di Mucha utilizzata per una scatola di biscotti rettangolare (primi ‘900), si intravede sullo sfondo la veduta di Roma.  Si riconoscono infatti Castel Sant’Angelo e la Cupola di San Pietro.
Anche questa grande città di arte e cultura nei primi anni del Novecento ha ispirato il massimo esponente dell’Art Nouveau, Alfons Mucha.

Fonte: ItaliaLiberty

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La scatola di biscotti illustrata da Alfons Mucha (fonte: ItaliaLiberty)

La scatola di biscotti illustrata da Alfons Mucha (fonte: ItaliaLiberty)

Italian Liberty: concorso fotografico 2015

13 Mag

Italian Liberty: il concorso fotografico 2015 per rendere omaggio (e censire) gli elementi di Art Nouveau in Italia.

”La bellezza salverà il mondo”
(Dostoevskij)

Questo è il motto del terzo concorso fotografico a partecipazione gratuitaItalian Liberty”, nato per rendere omaggio e censire il meraviglioso patrimonio “Art Nouveau” italiano: ville, palazzi, monumenti, sculture ed arti applicate.

Partendo da queste premesse, il concorso fotografico “Italian Liberty” intende rappresentare un’occasione unica per appassionare tutti alla Bellezza ed ai Valori di cui il “Liberty” è da sempre portatore.
Giovani e meno giovani, professionisti e dilettanti, ragazzi e classi delle scuole di ogni ordine e grado, associazioni, enti pubblici e privati, italiani e stranieri: tutti possono partecipare al concorso fotografico “Italian Liberty”.
Dopo il grande successo ottenuto dalle edizioni precedenti, la terza permette a chiunque di partecipare raccontando il “Liberty” in Italia sia con fotografie (massimo 30) che con la tecnica del video (solo 1 filmato).

Una ulteriore categoria è stata aggiunta in questa edizione: “The World Art Nouveau” nata per raccontare le opere “Liberty” presenti fuori dall’Italia. È possibile, infatti, presentare 20 fotografie dedicate alle opere “Art Nouveau” estere: questo grazie grazie alla collaborazione con prestigiose istituzioni estere quali European Route, Barcellona, Magazine Coup De Fouet, Rèseau Art Nouveau Network, Victor Horta Museum.

Saranno premiati venti finalisti: 12 per la categoria fotografica Italian Liberty, 3 per il video e 5 per la categoria “The World Art Nouveau”.

Al concorso “Italian Liberty”, ideato e diretto da Andrea Speziali ed organizzato da Aitm Art, è possibile iscriversi gratuitamente dal 2 marzo fino al 31 ottobre 2015, per iscriverti compila la domanda online o cartacea.

Per ricevere altre informazioni scrivere a info@italialiberty.it oppure telefonare al +(39) 011.207.2347

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La Casina delle Civette a Villa Torlonia e il Museo delle Vetrate

8 Apr

Il Museo della Casina delle Civette è una ex residenza della famiglia Torlonia trasformata in museo; si trova all’interno del parco di Villa Torlonia a Roma. Il nome deriva dal tema ricorrente delle civette all’interno e all’esterno della casina; nell’Ottocento era conosciuta come Capanna Svizzera per l’aspetto rustico simile a quello di un rifugio alpino o di uno chalet svizzero.

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L’edificio è stato ideato nel 1840 da Giuseppe Jappelli su incarico di Alessandro Torlonia. Si presentava come una costruzione rustica con un rivestimento esterno bugnato in tufo e con l’interno dipinto a tempera ad imitazione di rocce e tavolati di legno. Nel 1908, fino ad allora chiamata Capanna Svizzera, fu trasformata in “Villaggio medievale” su commissione di Giovanni Torlonia Junior, nipote di Alessandro, che affidò i lavori a Enrico Gennari: in questo periodo vennero aggiunti finestre, loggette, porticati, torrette con decorazioni a maioliche e vetrate colorate.
La prima citazione come “Casina delle Civette” risale al 1916 per via dell’inserimento di 2 vetrate con raffigurazioni di civette stilizzate inserite disegni di edera realizzate da Duilio Cambellotti e, poi, nell’inserimento ossessivo di decorazioni a forma di civetta qua e là nella casina.
Del 1917 sono gli inserimenti, tra cui le tegole in cotto smaltato dei tetti, nella zona meridionale della casina ad opera di Vincenzo Fasolo in stile liberty.

Nelle venti stanze del Museo, caratterizzate da dipinti parietali, stucchi, mosaici, boiseries, si inserisce il percorso espositivo che comprende: 54 vetrate di pertinenza della Casina ricollocate, dopo il restauro, nel sito originario; 18 vetrate acquisite ed esposte all’interno di supporti autoportanti; 105 bozzetti e cartoni preparatori per vetrate.

Le vetrate sono realizzate da:

  •     Duilio Cambellotti
  •     Umberto Bottazzi
  •     Paolo Paschetto
  •     Vittorio Grassi

Le stanze portano nomi suggestivi, memoria della fantasia e delle fissazioni del principe, che viveva qui da solo, senza moglie né figli, con la sola compagnia della servitù e di pochi amici. Nessuna abitazione possiede un campionario così vasto e completo di vetrate, che documenti la storia e la fortuna di questa tecnica nei primi decenni di questo secolo.
Dopo il restauro dell’edificio le vetrate originarie sono state ricollocate al loro posto, mentre quelle irrimediabilmente perdute sono state ricostruite, dove possibile, sulla base dei disegni originali, ad opera della ditta Vetrate d’Arte Giuliani (riconoscibili dalla scritta in calce); a questo nucleo originario si sono poi aggiunti altri materiali: è stato acquisito l’archivio di disegni preparatori e cartoni del laboratorio Picchiarini che, dopo la chiusura della celebre officina, era stato rilevato dalla ditta Giuliani, che ha continuato ad operare fino ai giorni nostri mantenendo viva la tradizione della bottega di Mastro Picchio, come era affettuosamente chiamato l’abile artigiano.

Nel percorso espositivo del Museo è stato possibile accostare i disegni e i cartoni preparatori alle vetrate effettivamente realizzate, come ad esempio nel caso di quelle denominate Il chiodo con tralci e uva (1914-15) e I migratori (1918), di Duilio Cambellotti, rendendo possibile l’immediato raffronto tra la resa pittorica dell’acquerello e del carboncino e il corrispondente gioco di colori, tradotto nelle sfumature e nelle trasparenze del vetro. E’ così interessante notare come, ad esempio, nelle vetrate delle Rose e farfalle di Paolo Paschetto si sia fatto ricorso a vetri bombati per conferire profondità alle ali delle farfalle, o come le delicate sfumature dei pampini d’uva nel Chiodo siano state sottolineate da ritocchi a fuoco. Tra le vetrate più belle ricordiamo quelle realizzate su disegno di Duilio Cambellotti nel 1914 e nel 1918, sul tema della civetta, intorno al quale si sviluppa l’intera decorazione della Casina; o il bellissimo tondo, con l’affascinante raffigurazione della Fata (1917), sempre su cartone di Cambellotti, in cui è rappresentata una figura femminile stilizzata, dal delicato incarnato color avorio, che si fonde con i toni degli azzurri e dei grigi dello sfondo, resi più brillanti dall’inserimento dei cabochons.

La varietà dei materiali che arredano le stanze della Casina offre al visitatore un percorso di grande interesse, alla continua scoperta di particolari inediti e suggestivi, in un dialogo continuo tra gli esuberanti elementi decorativi dell’edificio e le opere che vi sono esposte.

MAGGIORI INFORMAZIONI, ORARI E PREZZI

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Il Quartiere Coppedè: il lato fiabesco di Roma

29 Gen

Il Quartiere Coppedè è un complesso di edifici situato a Roma, nel quartiere Trieste, tra piazza Buenos Aires e via Tagliamento.  Pur non essendo propriamente un quartiere, venne così chiamato dallo stesso architetto che lo ha progettato. È composto da diciotto palazzi e ventisette tra palazzine ed edifici disposte intorno al nucleo centrale di piazza Mincio.

Vedi anche: visite guidate al Quartiere Coppedè

Nel 1915 la Società Anonima Edilizia Moderna, con sede in piazza Pietra, avente come amministratore delegato Aonzo Arnaldo, idea una zona abitativa a Roma, adiacente a piazza Quadrata (piazza Buenos Aires), tra i confini dei Parioli e tra i nuovi, per l’epoca, quartieri Salario e Trieste. Il progetto viene affidato a Gino Coppedè. I finanzieri Cerruti, con Coppedè, vollero ripercorrere, su Roma, il percorso avviato a Genova con lo stesso Coppedè. Il quartiere nasce sul piano regolatore Bonfiglietti del 1909, tra non poche difficoltà e contrasti tra la commissione edilizia e l’architetto Coppedè, con vincoli imposti dalla sovraintendenza della commissione edilizia, come accadde nel 1918 su concessione dell’allora assessore all’urbanistica, Galassi, sul lotto di Via Po. Anche se il dizionario architettonico di Pevsner, Fleming e Honour cita la data del 1912, la prima presentazione del progetto sarebbe avvenuta il 19 ottobre 1916 e la progettazione risalirebbe quindi al 1915 quando Coppedè fu incaricato dai finanzieri Cerruti e Becchi. Nel 1921 vengono terminati i Palazzi degli Ambasciatori ed il quartiere rimase incompiuto da Coppedè alla sua morte avvenuta nel 1927.
Il quartiere fu completato da Paolo Emilio André. Il piano dell’opera comprendeva inizialmente la costruzione di 18 palazzi e 27 edifici tra palazzine e villini. Il 23 agosto 1917 la commissione edilizia fece una richiesta a Coppedè di dare al quartiere un’impronta romana. Così Coppedè utilizzò il tema della Roma antica come le cornici e le modanature alla Roma imperiale ed un arcone richiamante gli archi di trionfo del Foro Romano.
Nel febbraio del 1918 viene approvato il progetto dei Palazzi degli ambasciatori con la condizione di chiudere la via diagonale (l’attuale via Dora) per farla diventare una via privata. Nel 1920 venne rifiutata la costruzione dei Villini delle Fate in via Rubicone. Per la realizzazione venne usato il travertino (sempre in onore della Roma imperiale) mentre gli interni sono realizzati in: maiolica smaltata per le cucine, con parquet in legno per i soggiorni, mosaici in stile pompeiano per i bagni.

L’ingresso principale del Quartiere Coppedè, dal lato di via Tagliamento, è rappresentato da un grande arco che congiunge due palazzi. Poco prima dell’arco si trova un’edicola con una statua di Madonna con Bambino. Sotto l’arco, oltre a due balconi, si trova un grande lampadario in ferro battuto. L’arco è decorato con numerosi elementi architettonici, che hanno la caratteristica di essere disposti in modo asimmetrico.
Superato l’arco si giunge a piazza Mincio, centro del quartiere. In mezzo alla piazza sorge la Fontana delle Rane, costruita nel 1924. La fontana è costituita da una vasca centrale, di pochi centimetri più alta del livello stradale, con quattro coppie di figure, ognuna delle quali sostiene una conchiglia sulla quale si trova una rana dalla quale zampilla acqua all’interno della vasca. Dal centro della fontana si innalza una seconda vasca, di circa due metri di altezza, il cui bordo è sormontato da altre otto rane.
L’arco che sormonta l’ingresso del palazzo situato al numero civico 2 della piazza è una fedele riproduzione di una scenografia del film del 1914 Cabiria.

Gli interni di soggiorno erano divisi dalle zone di ambito privato quasi a formare dei «Quartieri di ricevimento» e dei «Sacrari di vita privata». Nei Villini delle Fate viene esaltata la Firenze con una scritta «Fiorenza sei bella» e con delle decorazioni fiorentine con Dante e Petrarca. Invece il lato di via Brenta è dedicato a Venezia con un leone di San Marco. Il Palazzo del ragno inneggia al lavoro tramite la decorazione raffigurante un cavaliere con la scritta «labor».
Tutti gli immobili progettati dall’architetto Coppedè sono orientati ad una visione moderna degli ambienti, con la suddivisione delle zone giorno e notte, la rivisitazione degli spazi facendo attenzione alle richieste della clientela, curando finemente le decorazioni dei vari ambienti: mosaici nei bagni, soffitti a cassettoni, caldaie in rame, cucine con lavatoi in marmo, citofoni e garage.

I Villini delle Fate

Sono siti in via Aterno 4, piazza Mincio 3 via Brenta 7-11. Il lato di via Aterno consta sul lato sinistro una partizione a fasce orizzontali: nella zona bassa presso il primo piano vi è una decorazione geometrica, mentre al secondo piano vi è un dipinto con figure umane nelle bifore che richiama i disegni di personaggi famosi della Villa Carducci alla Legnaia di Andrea del Castagno. Le figure sono: una donna togata, una donna con peplo, una donna con vestiti all’antica, un uomo con barba, armatura ed una scimitarra ed un uomo con spada e cappello. Fra i materiali utilizzati abbiamo marmo, laterizi, travertino, terracotta, vetro, e legno e ferro battuto per il cancello. Particolarissime sono le facciate esterne, finemente realizzate, che in alcuni punti quasi sembrano esse essere tessute in seta e ricami d’oro. Il prospetto su questa via è composto da più corpi aggettanti.

  • Il primo corpo a sinistra consta di una quadrifora tra i ritratti di Petrarca e Dante. Una firma con data 1954 è da ritenersi verosimilmente ad un restauro. Al piano rialzato vi è una finestra con due colonnette un dipinto con festone e putti ed una decorazione a rilievo rappresentante un’ape.
  • Il secondo corpo consta di una serie di tre finestre separate da piccole colonne. Al secondo piano vi è un dipinto rappresentante Firenze con la scritta «Fiorenza sei bella». In un angolo vi è una decorazione di un personaggio a cavallo. Il piano consta di un arcone con dei rilievi di api e degli stemmi. Sotto la loggia vi è una decorazione con un falconiere ed un falcone.
  • Il terzo corpo costa di una torretta con festoni e putti. Sotto una bifora vi è un orologio con motivi zodiacali. In basso vi è uno stemma con un biscione. Al secondo piano vi è un dipinto con una scena di una processione con monache e frati francescani. All’angolo vi è una scala d’accesso con loggiato. Nel loggiato vi è una decorazione con angeli.

Il lato di via Brenta è composto da tre corpi aggettanti.

  • Il primo corpo a sinistra consta di una torretta in cui, al secondo piano vi sono delle decorazioni raffiguranti il leone alato di San Marco e l’aquila di San Giovanni. Sotto l’aquila vi è una decorazione rappresentante una processione, mentre sotto il leone vi è rappresentato un veliero. Completa la facciata una nuova decorazione con festoni e puttini.
  • Il secondo corpo consta di una piccola loggia con decorazioni floreali, due arconi con dei rilievi raffiguranti delle api e l’uva sull’archivolto, degli stemmi e piccole foglie all’interno ed un finto graffito rappresentante due angioletti.
  • Il terzo corpo costa di decorazioni di putti in alto. Nel piano centrale vi è un balconcino con una decorazione rappresentante la lupa con Romolo e Remo. Il piano in basso consta di decorazioni raffiguranti dei putti e delle foglie stilizzate.

Sul prospetto di via Olona vi è una raffigurazione dell’albero della vita. Al centro vi è un dipinto raffigurante una meridiana. Tra le altre decorazioni vi è una rappresentazione di una scena di una battaglia con la scritta «Domus pacis» ed altre scritte «Domino laetitia praebeo» ed «E paetre/ex arte venustas» ed una colombaia sotto l’angolo del tetto a capanna.

Palazzi degli Ambasciatori

Sono siti in via Tagliamento 8-12, via Brenta 2-2a, piazza Mincio 1, via Dora 1-2, via Tanaro 5. Questo complesso edilizio è composto da due unità triangolari suddivise da via Dora e sono suddivisi in cinque livelli. Presso l’angolo tra via Arno e via Tagliamento vi sono due torrette. La copertura del palazzo è mediante un terrazzo. Tra i due blocchi triangolari vi sono dei locali di servizio e cinque pozzi scala per degli ascensori. Il lato di via Tanaro è suddiviso da vari corpi aggettanti su vari livelli con finestre differenti per ogni piano. Sulla torretta d’angolo di via Tagliamento vi è la scritta «Anno Domini MCMXXI» che indica verosimilmente la data di costruzione e dei bassorilievi con figure antropomorfe. Il grande arco centrale è decorato con pitture rappresentanti una Vittoria alata e mosaici raffiguranti delle aquile. All’interno dell’arco vi è la dedica a Coppedè. Al terzo piano vi è una decorazione di una coppa ricordante il Santo Graal.

Palazzo del Ragno

Il palazzo è sito in piazza Mincio 4 e risale al 1916-1926. Il nome è dovuto dalla decorazione sul portone d’ingresso principale. È suddiviso in quattro piani. Consta di una torretta. Al terzo livello vi è un balconcino con loggia. Sopra di esso vi è un dipinto color ocra e nero raffigurante un cavaliere tra due grifoni sormontato dalla scritta «Labor». Sul prospetto di via Tanaro vi è effigiato il motto «Maiorum exempla ostendo/artis praecepta recentis».

Palazzo di via Olona 7

Risale al 1925 circa. Ha planimetria ad L. La facciata è suddivisa in quattro corpi aggettanti. Il corpo centrale è a cinque piani mentre i laterali sono a quattro. All’ultimo piano ed intorno ad i balconi vi sono delle decorazioni geometriche.

Villino di via Brenta 26

Attualmente è sede del liceo scientifico statale “Amedeo Avogadro”. È suddiviso in due livelli. Alla destra della facciata vi è l’ingresso con loggia. Al primo piano vi è un mosaico raffigurante un gallo, una coppa e tre dadi con i numeri uno, tre e cinque.

Villino di via Ombrone 7

La costruzione è a pianta quadrilatera. È suddiviso in due livelli oltre un seminterrato. Il primo livello è a bugnato. Al livello dell’attico vi sono dei rilievi raffiguranti delle api.

Villino di via Ombrone 8

L’edificio è a due livelli più seminterrato e, sulla sinistra, una piccola loggia.

Villino di via Ombrone 11

L’edificio è a pianta quadrangolare. È suddiviso in due piani più un seminterrato. Gli esterni sono a vari tipi di bugnato. Le finestre sono ad arco con decorazioni a stemmi.

Palazzo di via Olona 2

In questo periodo è sede dell’ufficiale del consigliere della Polonia a Roma. Sul lato destro vi è una raffigurazione di caccia, mentre sulla loggia vi sono degli ovali con delle colombe alternati ad uno raffigurante San Giorgio. L’edificio è di paternità dubbia di Coppedè.

Fonte: Wikipedia

Vedi anche: visite guidate al Quartiere Coppedè

 

Art Nouveau da Budapest in mostra ai Musei Capitolini: Tiffany & Gallé e i maestri dell’Art Nouveau nella collezione del Museo di Arti Applicate di Budapest

5 Feb

emile-galleTiffany & Gallé e i maestri dell’Art Nouveau nella collezione del Museo di Arti Applicate di Budapest
in mostra ai Musei Capitolini (Palazzo Caffarelli) dal 20 febbraio al 28 aprile 2013

Da Budapest a Roma oltre 90 opere di eccezionale qualità – fra ornamenti in vetro e ceramica, tessuti e gioielli – a rappresentare l’epoca d’oro dell’Art Nouveau.

Alla mostra, oltre alle opere di Louis Comfort Tiffany (1848–1933), noto artista-industriale americano e del francese Emile Gallé (1846–1904), verranno esposti anche dei capolavori di maestri vetrai ungheresi per eccellenza dell’Art Nouveau.

Le sale di Palazzo Caffarelli ai Musei Capitolini ospitano, fino al 28 aprile, la mostra ‘Tiffany & Gallé e i maestri dell’Art Nouveau dal Museo di Arti Applicate di Budapest’, 90 opere selezionate dalle collezioni del Museo di Arti Applicate di Budapest che illustrano l’epoca d’oro dell’Art Nouveau, le sue novità tecnologiche e artistiche, le contaminazione tra generi diversi e le reciproche influenze fra artisti nell’Europa degli anni a cavallo tra l’Esposizione Universale di Parigi del 1889 e la Prima Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino del 1911.
Ispirazione e linee che risaltano negli oggetti decorativi in vetro e ceramica – la sezione più ampia dell’esposizione – ideati dall’americano Louis Comfort Tiffany, dal francese Emile Gallè e dai fratelli Daum, maestri vetrai di Nancy, opere raffinate che hanno influenzato e stimolato la produzione di oggetti d’arte decorativa in Ungheria e non solo.

Il percorso mostra è articolato in 6 sezioni

Colori vivaci, luci nuove
Con eleganza vengono sintetizzate la semplicità delle linee e la varietà delle forme. Fra le opere esposte, a titolo d’esempio, il ‘Pavone’ (1898 ca.,Tiffany), vaso decorativo a strati, iridescente, con fili di vetro incorporati, o il ‘Vaso decorativo lustrato di vari colori’ (1894 ca.,Tiffany), una lavorazione a vetro soffiato dipinto. Ancora, la ‘Lampada da tavolo con paralume di vetro Tiffany’ (1890-1900, The Duffner and Kimberly Company), con tasselli di vetro dai colori cosiddetti ‘opacizzanti’ , che rappresenta senza dubbio uno dei più noti prodotti di Tiffany.

Forme organiche
Art Nouveau e motivi floreali. Tulipani, fiori di papavero, steli di orchidee vengono magistralmente usati per creare calici e vasi in vetro dalle forme fantasiose ispirate alla natura: esemplari di questa lavorazione il ‘Vaso con petali lussureggianti d’iride’ (1896-7, Wallander) o ‘Chachepot’ (1900 ca., P.Horti), o ancora il ‘Vaso decorativo con steli d’orchidea’ (1900, Gallè).

Culture lontane, tradizioni antiche
Ad influenzare la maggior parte delle opere di Tiffany e di Gallè sono due correnti artistiche dell’epoca: il Movimento estetico e il Giapponismo (japonisme , influenza che l’arte giapponese ha avuto sull’Occidente). Di gusto squisitamente orientaleggiante, ad esempio, il ‘Vaso con crisantemi’ (1896 ca. Gallè) o il pezzo fuoriserie ‘Vaso decorativo marrone e color miele con decorazione screpolata’,(1897, Gallè). Accanto, le più antiche tradizioni e la qualità dell’oreficeria ungherese sono esaltate nel ‘Fermaglio per mantello da donna’(1904 ca., Gyula Hay) o nel ‘Pendaglio a forma di pesce volante’ (1904 ca., Tarjan /Huber).

Il lusso delle materie
Grazie al valore dei materiali usati, all’alto livello di manifattura, all’eleganza della forma, anche oggetti di uso quotidiano diventano veri oggetti di lusso. Fra i capolavori esposti: ‘Lampada a petrolio’ (1898 ca., Selmersheim), il ‘Piattino con rami di vischio’ (1895 ca., Pierre Clement Massier) o il ‘Set per spezie in scatola decorativa’ (1899-1900 ca, Tiffany).

La natura in casa nostra
Dalla terra all’acqua, fra frutta, fiori e insetti: tutti questi elementi ricorrono nei tessuti e nei lavori in vetro e ceramica di questa sezione. Pregevole, fra i tanti esemplari, il ‘Vaso con verso poetico e dettaglio di foresta’ (1900, Gallè), della serie Verreries Parlantes, che reca alla base un verso tratto da la Notte di Victor Hugo: ‘Les arbres se parlent tout bas’.

Il mondo del simbolismo
Atmosfere oniriche, vene surreali, temi figurativi che spaziano dalla mitologia classica a quella ungherese, evocano un mondo fantastico che va oltre la storia e la realtà. Così, ad esempio, il ‘Vaso con testa di fauno’ (inizio ‘900, Telcs), o l’arazzo ‘Donna in rosso con rosa’ (1898, Rippl-Ronai).

Biglietto d’ingresso
Biglietto solo mostra
Intero: € 6,00
Ridotto: € 5,00
Per i cittadini residenti nel territorio di Roma Capitale (mediante esibizione di valido documento che attesti la residenza):
Intero: € 5,00
Ridotto: € 4,00

MAGGIORI INFORMAZIONI

Sua Maestà il Gatto in mostra al Museo Civico di Zoologia PROROGATA FINO AL 3 FEBBRAIO 2013

27 Dic

5221Immagini antiche, musetti intellettuali, foto favolistiche, baffi da divi. Dal Museo Parigino a Roma al Museo di Zoologia, una rassegna delle più belle illustrazioni parigine d’epoca per raccontare i mille volti del Gatto.

7 Dicembre 2012 – 13 Gennaio 2013
A GRANDE RICHIESTA, LA MOSTRA E’ STATA PROROGATA FINO AL 3 FEBBRAIO 2013
Sua Maestà il Gatto
Illustrazioni parigine d’epoca del felino più vicino all’uomo

Il gatto, la specie felina che convive con l’uomo da millenni, è sempre stato adorato e celebrato attraverso l’arte fin dai tempi più antichi, dando origine ad un’iconografia riconosciuta in tutto il mondo.

La mostra ci riporta nella Parigi dell’Ottocento e del Novecento, quando il gatto era celebrato quasi come un animale divino, ed ispirava illustratori, artisti, poeti e scrittori. In questi due ultimi secoli Sua Maestà il Gatto è diventato l’eroe dell’arte dell’illustrazione e la mostra gli rende omaggio attraverso una documentazione originale di straordinario fascino, raccolta e conservata presso il Museo Parigino di Roma, che spazia dagli storici manifesti dello Chat Noir sino ad una cartolina postale degli anni ’30 del secolo scorso.

Manifesti, stampe, foto, dischi, pin, feves, riviste e libri illustrati, figurine pubblicitarie, spartiti, découpages, giochi di società, cartoline postali, tutti materiali consacrati a Sua Maestà il Gatto. I tasti toccati sono quelli della caricatura e della personificazione, della favola, del cinema, dell’arte grafica, della canzone dei cabaret parigini, della pubblicità, della letteratura.

Ma dove nascono i nostri eroi? Ovviamente a Montmartre, cittadella felina da sempre, quartier generale degli artisti e dunque dei gatti, loro tradizionali compagni di ventura. Maupassant, Théophile Gautier, Baudelaire, Erik Satie, Pierre Loti, Suzanne Valadon, Colette… (e la lista potrebbe non finire mai) si sono aggiunti ad essi nel rendere, attraverso le pagine letterarie o musicali, omaggio ai gatti parigini. Foto mostra 6

image_thumbSteinlen, Willette, Rivière, Mars, Job e molti altri artisti poi hanno portato nel mondo l’immagine di Parigi attraverso i loro manifesti.

Umanizzato e travestito, generato principalmente da Grandville, ripreso successivamente da altri illustratori, con piume e stivali, cappellini sfarzosi, fiocchi , foulards, abitini sfiziosi e campanelli è apparso così negli ottocenteschi libri di lettura per ragazzi, nelle tavole d’Epinal, nelle figurine pubblicitarie del Bon Marché, nei racconti di Perrault o nelle favole di La Fontaine.

L’Ottocento gli ha reso omaggio soprattutto con i suoi affichistes, i cartellonisti che, sovente, lo hanno accostato all’immagine pubblicitaria. Ecco così un buon latte, un cioccolato fumante o un aperitivo che per aver maggior credito prendono come testimonial proprio lui, Sua Maestà il Gatto.

Nel Novecento i caricaturisti, com’è loro costume, lo hanno un po’ preso in giro, ma con quel esprit de finesse cha va bene per la griffe di un profumo, o come per una cartolina postale.

La mostra è divisa in sezioni, che rappresentano il Gatto nell’arte, nella pubblicità, nel teatro, nel cinema e nella letteratura. Saranno inoltre proiettati alcuni film che vedono come ‘attori’ i gatti di Parigi.

Allo splendido felino è dedicato anche il primo appuntamento degli Happy Hours al Museo 2012-2013 dal titolo ‘Il Gatto, incontro con Bernardino Ragni’, che avrà inizio alle ore 18.00 nella suggestiva Sala degli Scheletri.

Tratto felino
La mostra Sua Maestà il Gatto sarà arricchita da una sezione dal titolo ‘Tratto felino’, costituita dai dipinti degli alunni del Liceo Artistico F. Grandi di Sorrento, quale contributo della Penisola Sorrentina all’evento tenuto a battesimo proprio a Piano di Sorrento, presso il Museo territoriale ‘Georges Vallet’. Un’esperienza che, come dichiarato dagli alunni del professore Luigi Ioviero, ‘ha contribuito ad accrescere lo spirito di collaborazione fra gli studenti e a far conoscere il gatto da un ulteriore punto di vista’.

Indirizzo
Via Ulisse Aldrovandi, 18
00197 Roma

Come arrivare
Tram: 3, 19
Bus: 217, 910

Orario
9.00 – 19.00
Giorno di chiusura
Lunedì

Intero € 7,00 – Ridotto € 4,50. La biglietteria chiude alle ore 18.00.
Per i cittadini residenti nel Comune di Roma (mediante esibizione di valido documento che attesti la residenza): Intero € 6,00 – Ridotto € 3,50.

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